Crisi carburante Russia: Mosca costretta a importare jet fuel dall’Asia
La Russia, uno dei maggiori produttori di petrolio al mondo, sta preparando l’importazione di carburante per aerei dal Giappone attraverso un complesso sistema di trasferimenti nave-nave via Corea del Sud. Il paradosso è sotto gli occhi di tutti: un paese che fino a ieri esportava prodotti raffinati oggi deve bussare alle porte dei trader asiatici per tenere in funzione la propria aviazione civile. Gli attacchi sistematici dei droni ucraini alle raffinerie hanno messo fuori gioco circa il 30% della capacità di raffinazione russa, trasformando una crisi logistica in un’emergenza geopolitica con ripercussioni a catena su tutta l’Asia centrale.
Jet fuel giapponese e triangolazioni commerciali: come funziona l’operazione
Almeno 200.000 barili di jet fuel partiranno da Chiba, in Giappone, nella prima metà di luglio. Il carico raggiungerà il porto sudcoreano di Yeosu per un trasferimento nave-nave, per poi proseguire verso una destinazione russa non divulgata. La triangolazione serve a mascherare l’origine del prodotto, aggirando le restrizioni che renderebbero politicamente tossica una vendita diretta dal Giappone alla Russia.
Numeri che fotografano il tracollo:
- le esportazioni russe di jet fuel sono precipitate a circa 13.000 barili al giorno nel 2026, contro i 30.000 barili al giorno del 2025
- la Russia ha già vietato la maggior parte delle esportazioni di jet fuel fino a novembre per proteggere le scorte interne
- la produzione di carburante è ai minimi da due decenni proprio durante il picco della domanda estiva
La rotta indiana: benzina via trader e la smentita del governo
Mentre il jet fuel arriva dall’Asia settentrionale, la benzina sta percorrendo un’altra rotta. Un carico iniziale di 60.000 tonnellate metriche (equivalenti a circa 510.000 barili) è già partito dall’India su due petroliere dirette verso porti russi. Il ministro indiano del Petrolio, Hardeep Singh Puri, ha tracciato una linea netta tra commercio diretto e triangolazioni private.
“Le aziende indiane non stanno vendendo carburanti alla Russia”, ha dichiarato Puri in un briefing stampa, aggiungendo però che “è possibile che carburante raffinato di origine indiana venga venduto alla Russia tramite trader”.
Fonti vicine alle operazioni confermano che la benzina proviene da Nayara Energy, raffinatore indiano partecipato al 49% da Rosneft, il colosso petrolifero russo. Il carburante è stato ceduto a intermediari commerciali che lo hanno poi rivenduto a Mosca, in un meccanismo che formalmente tiene pulite le mani di Nuova Delhi ma nei fatti rifornisce le stazioni di servizio russe.
Raffinerie sotto attacco ed export di greggio in aumento: il paradosso della crisi
La radice del problema è militare, non geologica. Gli attacchi ucraini hanno colpito infrastrutture chiave ovunque nel territorio russo, dalla raffineria Kapotnya di Mosca (fuori uso almeno fino al 2027 per danni strutturali estesi) fino ad altri impianti strategici nel cuore del Paese.
Con gli impianti di raffinazione fermi, la Russia si trova in una situazione paradossale: le esportazioni di greggio verso ovest sono aumentate sensibilmente, perché il petrolio che non può essere processato internamente viene dirottato sui mercati internazionali. Il greggio esce, i prodotti raffinati non bastano più.
Intanto il governo è corso ai ripari. Il presidente Vladimir Putin ha ammesso pubblicamente la gravità della situazione ordinando l’attivazione di un centro di monitoraggio attivo 24 ore su 24 sulla distribuzione nazionale di carburante. Le città portuali sul Mar Nero sono a corto di benzina. Uzbekistan Airways ha già ridotto i voli verso la Russia e il Kazakistan sta esplorando importazioni di carburante dalla Cina per non restare a secco.
Tra greggio svenduto e carburante comprato a premio
Il cortocircuito è tutto in questa forbice: la Russia vende greggio non raffinato sui mercati internazionali a prezzi di realizzo mentre deve acquistare jet fuel e benzina attraverso intermediari, pagando il premio di chi sa di avere un acquirente sotto pressione. È il prezzo della vulnerabilità infrastrutturale esposta dalla guerra dei droni. E finché il presidente ucraino Volodymyr Zelensky continuerà a rivendicare l’intensificazione dei colpi alle infrastrutture energetiche russe come strategia per prosciugare le capacità militari di Mosca, ogni raffineria raggiungibile resta un bersaglio. La Russia non ha un problema di petrolio: ha un problema di trasformazione. E per la prima volta dal dopoguerra, dipende dai trader stranieri per far volare i suoi aerei.