Diesel russo negli USA: 300mila tonnellate, prezzi fermi

Il primo lotto di gasolio russo ha preso la via degli Stati Uniti: 300mila tonnellate in cambio di un allentamento temporaneo delle sanzioni, con altre 500mila attese a novembre e 1 milione subito dopo. L'amministrazione Trump punta a raffreddare i prezzi del diesel, ma la scala dell'operazione è troppo piccola per spostare il mercato — e il fronte repubblicano al Congresso è già in rivolta.

L'accordo: 300mila tonnellate subito, poi 500mila e 1 milione

L'intesa, annunciata da Donald Trump il 9 ottobre 2026 su Truth Social dopo un colloquio con Vladimir Putin, prevede una fornitura iniziale russa di 300.000 tonnellate metriche di diesel verso il mercato americano e globale. Il presidente ha scritto che la Russia avrebbe "fornito immediatamente oltre 300.000 tonnellate di gasolio al mercato americano e globale".

A novembre l'accordo prevede altre 500.000 tonnellate, seguite da 1 milione di tonnellate nei mesi successivi. Il vice primo ministro russo Alexander Novak ha dichiarato lunedì che entro la fine del 2026 la Russia potrebbe spingere le esportazioni di diesel tra 3 e 3,5 milioni di tonnellate al mese, avvicinandosi ai livelli precedenti alle disruption recenti — a condizione che raffinazione, logistica e requisiti interni lo consentano.

L'etichetta della prima tranche non è uniforme. Oil & Gas 360 indica "300.000 tonnellate metriche" in un articolo e "più di 300.000" in un altro, mentre Il Fatto Quotidiano parla di "300mila tonnellate di gasolio". Le testate convergono sul valore, ma non sull'arrotondamento.

Perché i prezzi del diesel non scenderanno: il calcolo

Il primo lotto da 300mila tonnellate equivale al 10% dei 3 milioni di tonnellate al mese che la Russia punta a esportare entro fine 2026 — calcolo sui valori forniti da Novak. Anche portando a termine l'intero programma (300mila + 500mila + 1 milione, cioè 1,8 milioni di tonnellate), la quota resterebbe intorno al 60% di un solo mese di export al target più basso, o al 51,4% al target più alto (1,8 milioni su 3,5 milioni).

La portata complessiva è inferiore a un mese di flusso potenziale russo. Pesano anche i vincoli già segnalati: capacità di raffinazione russa, logistica e restrizioni commerciali residue limitano la velocità con cui i volumi possono davvero raggiungere i compratori internazionali. Per le raffinerie statunitensi, un aumento dell'offerta internazionale di diesel può comprimere i margini di prodotto anche se il greggio resta relativamente caro.

Terminal portuale luminoso con petroliera e serbatoi per lo stoccaggio del diesel, importazioni di carburante negli USA
Il primo carico di gasolio russo arriva negli Stati Uniti: 300mila tonnellate per frenare i prezzi del diesel.

La rivolta repubblicana al Senato: 7 firme e il disegno di legge Fitzpatrick

Un gruppo bipartisan di 7 senatori della Commissione esteri del Senato ha condannato l'accordo. "Il Congresso ha esplicitamente vietato le importazioni di energia dalla Russia nel 2022 per impedire che i dollari americani finanziassero la brutale guerra di Putin contro l'Ucraina", si legge nella dichiarazione diffusa domenica. "La decisione del presidente Trump di consentire l'importazione di gasolio russo negli Stati Uniti è in diretta contraddizione con tale legge."

I firmatari sono i democratici Jeanne Shaheen, Richard Blumenthal e Ron Wyden e i repubblicani Lisa Murkowski, Thom Tillis, Susan Collins e John Curtis. Il conteggio del gruppo è però incoerente: Il Fatto Quotidiano parla di "tre repubblicani" ma elenca quattro nomi.

Il deputato repubblicano Brian Fitzpatrick, co-presidente del Gruppo di sostegno all'Ucraina al Congresso, ha annunciato il "Ronald Reagan Peace Through Strength Act" per impedire la revoca unilaterale delle sanzioni sul petrolio russo. Il testo verrebbe portato al voto tramite petizione di scarico, che richiede 218 firme per avviare la procedura. "Verrà approvato a stragrande maggioranza", ha scritto Fitzpatrick. Il senatore repubblicano John Cornyn ha definito l'intesa un possibile beneficio per un avversario degli Stati Uniti.

Il Cremlino separa il dossier e l'Europa si spacca

Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha dichiarato martedì che l'accordo non è collegato alla posizione russa sui negoziati per porre fine alla guerra in Ucraina. Mosca considera le esportazioni di petrolio una questione commerciale, non una concessione diplomatica. La precisazione arriva dopo indiscrezioni secondo cui funzionari americani vedevano l'intesa sul diesel come un possibile incentivo per riportare la Russia al tavolo.

La decisione americana ha aperto una crepa nell'alleanza occidentale. La responsabile della politica estera Ue Kaja Kallas si è opposta alla sospensione delle sanzioni sul diesel russo; Germania e Regno Unito hanno dichiarato che manterranno le proprie misure restrittive. Il primo ministro estone Kristen Michal ha parlato di "grave errore di valutazione", mentre la Finlandia ha definito la mossa "non una buona idea". Un'analisi attribuita al Global Times (12 ottobre 2026), riportata da Marx21, sostiene che l'episodio riveli una contraddizione strutturale: dopo aver guidato la campagna per tagliare l'energia russa, gli Stati Uniti introducono un'eccezione quando il proprio interesse lo richiede, mentre l'Europa continua a sopportarne i costi. È una tesi, non un dato.

L'implicazione operativa: tempi politici, non volumi

Per un operatore del settore, la rilevanza pratica è duplice. I 300mila tonnellate del primo lotto non spostano i prezzi in modo strutturale: secondo Oil & Gas 360, la pressione sul costo del carburante — che pesa su trasporti, agricoltura e industria pesante — resta legata al quadro mediorientale e alla capacità di raffinazione globale, mentre resta incerto il peso dell'intesa con Mosca. La variabile decisiva diventa la durata dell'allentamento sanzionatorio, oggi contestato al Congresso: senza certezza sui tempi, è plausibile che raffinerie e distributori non abbiano incentivo a ricostruire le scorte su questo flusso.

Resta il numero che misura meglio di ogni analisi la distanza tra annuncio politico ed effetto di mercato: 1,8 milioni di tonnellate in programma coprono meno di un mese di export potenziale russo al target indicato da Novak. È il vero misuratore di quanto l'accordo sia una leva sui prezzi o solo una mossa sul tavolo negoziale.

Fonti

Houthi colpiscono la sede Aramco, Brent sopra 105 dollari

Un missile balistico ha incendiato i tre piani superiori della torre di Saudi Aramco a Dhahran, in Arabia Saudita orientale, senza feriti. L'incendio, definito «limitato» dal ministero dell'Energia, ha riguardato un edificio amministrativo, secondo il ministero. Nel complesso di Dhahran lavora il centro operativo che sovrintende pozzi, oleodotti, raffinerie e terminali di esportazione. Il messaggio degli Houthi, secondo una lettura possibile, non riguarda le fiamme — riguarda cosa sarebbe successo se il missile avesse scelto un altro piano.

Dalla torre Aramco al petrolio yemenita

Il colpo su Dhahran arriva dopo tre giorni di escalation continua. Sabato 10 ottobre un missile da crociera ha centrato il terminal passeggeri dell'aeroporto King Khalid di Riad: 13 morti, oltre 300 feriti, vittime di 9 nazionalità, tra cui un americano e un indiano. Domenica un secondo attacco sullo stesso terminal ha ucciso un'altra persona. Sommando i due raid, l'aeroporto ha contato 14 vittime in 48 ore. Tra loro Azza Ramzy, 28 anni, assistente di volo della saudita flynas: ferita nel terminal, è morta per le conseguenze delle ferite, e il ministro degli Esteri egiziano Badr Abdelatty l'ha ricordata "con profonda tristezza".

La notte tra martedì 13 e mercoledì 14 ottobre l'escalation ha cambiato bersaglio. Il portavoce militare degli Houthi, il generale Yahya Saree, aveva scritto su X che la sede di Aramco a Dhahran, la raffineria di Riad e l'aeroporto King Khalid erano "obiettivi legittimi", invitando dipendenti e civili a evacuare. Poi la coalizione a guida saudita ha bombardato i depositi di carburante della capitale yemenita Sanaa e il porto di Ras Isa, e il missile ha raggiunto il bersaglio che gli Houthi avevano indicato per nome.

Riad e Sanaa: le risposte dei due fronti

Il portavoce della coalizione, il generale Turki al-Maliki, ha scritto che gli impianti colpiti nello Yemen occidentale servono ad "alimentare lo sforzo bellico" e a "minacciare il Regno, lo Yemen, il sud del Mar Rosso e le vie d'acqua". La tv degli Houthi al-Masirah ha parlato di "aggressione saudita"; la compagnia petrolifera yemenita ha replicato che i serbatoi erano vuoti, ma a Sanaa le code ai distributori si sono allungate lo stesso.

Sul fronte opposto, il principe ereditario Mohammed bin Salman ha promesso che il Regno non permetterà che la sicurezza o la libertà di navigazione nel Mar Rosso e nello stretto di Bab el-Mandeb siano minacciate. Il ministro dell'Energia, il principe Abdulaziz bin Salman, ha detto a un congresso dell'industria energetica a Riad che "la nostra risposta deve essere altrettanto seria", dopo aver rivendicato il ruolo del Regno come "capitale della sicurezza energetica" e aver spiegato che la resilienza energetica "deve essere misurata anche dalla capacità di mantenere, riparare, reindirizzare, sostituire e recuperare. Soprattutto, dalla capacità di continuare a fornire sotto pressione".

Dagli Stati Uniti, Donald Trump ha accusato gli Houthi di essersi comportati "molto male" e di agire "probabilmente su ordine dell'Iran". "Pensavo avessero imparato la lezione un anno fa, quando li abbiamo bombardati senza pietà", ha scritto su Truth Social, definendo Teheran "una nazione in declino, senza marina, senza aeronautica, con la peggior economia al mondo e un'inflazione al 301%" — un dato che resta un'affermazione del presidente, non un valore verificato. Un dirigente houthi, Mohammed Al Bukhaiti, ha risposto che l'obiettivo della campagna è mandare al principe ereditario un messaggio: non può più condurre l'aggressione contro lo Yemen "da una posizione di sicurezza".

Complesso petrolifero sulla costa del Golfo con serbatoi e oleodotti sotto un cielo limpido, simbolo del settore petrolio
Il centro operativo di Dhahran supervisiona pozzi, oleodotti e terminali, mentre il Brent supera i 105 dollari.

Cosa dicono i prezzi del petrolio

Nelle contrattazioni asiatiche di mercoledì il greggio è salito sopra 106 dollari al barile (OilPrice, senza indicare il benchmark). Il ticker di OilPrice, con circa 11 minuti di ritardo, mostrava il Brent a 105,3 dollari (-0,41%): per l'analisi dell'autore, il premio di rischio nascerebbe da Hormuz e dal Mar Rosso, non da Dhahran.

OilPrice attribuisce il rialzo alle minacce iraniane di intensificare gli attacchi alle petroliere nello Stretto di Hormuz, con nuove tattiche. Il passaggio da Yanbu a Bab el-Mandeb è una lettura dell'autore sul rischio per l'export saudita.

Le conseguenze operative per il mercato

Tre elementi, letti insieme, spiegano perché il raid su Dhahran non ha prodotto un balzo dei prezzi:

  • gli Houthi hanno colpito l'amministrazione, non i pozzi, e il fuoco è rimasto confinato ai tre piani superiori;
  • la coalizione ha continuato a intercettare: un missile balistico su Dhahran e, circa 40 minuti dopo, due droni e tre missili da crociera sulle regioni di Riad e del Sud;

Nella capitale, i detriti di due missili intercettati hanno ferito quattro persone — due donne, un uomo e un bambino — e danneggiato 15 abitazioni. Il Dipartimento di Stato americano ha vietato al proprio personale gli spostamenti entro 20 miglia dal confine yemenita e impone l'autorizzazione del capo missione per usare qualunque aeroporto del Regno. L'aeroporto King Khalid di Riad resta chiuso fino al 17 ottobre; l'Egitto, che fa parte della coalizione con Bahrein e Giordania, conta cinque cittadini feriti nel raid sul terminal.

Secondo l'analisi dell'autore, l'implicazione per chi opera sui mercati energetici è duplice. Primo: il colpo sembra indicare che non abbia intaccato la capacità produttiva saudita, quindi il premio di rischio prezzato dal mercato non nascerebbe da Dhahran ma da Hormuz e dal Mar Rosso. Secondo: gli Houthi hanno dimostrato di saper arrivare al complesso in cui lavora il centro operativo: un bersaglio che, se colpito in profondità, avrebbe un impatto diverso sull'export. Il terzo fattore, più difficile da misurare, è politico: la Casa Bianca valuta se unirsi ai raid sauditi, e un intervento americano allargherebbe il campo di battaglia agli interessi USA nella regione, come ha minacciato Al Bukhaiti.

Secondo l'analisi dell'autore, il test vero non è il pannello bruciato al terzo piano di Dhahran: è se la prossima volta gli Houthi sceglieranno la stessa traiettoria sapendo cosa c'è a quella quota. Con l'aeroporto di Riad chiuso fino al 17 ottobre e la Casa Bianca che valuta l'ingresso in campo, è plausibile che il mercato abbia smesso di prezzare l'incendio e abbia iniziato a prezzare la ripetibilità dell'attacco. La resilienza energetica, come l'ha definita Abdulaziz bin Salman, si misura "dalla capacità di continuare a fornire sotto pressione".

Fonti

Riad: due missili Houthi abbattuti, aeroporto ancora chiuso

Due missili balistici Houthi diretti verso Khamis Mushait sono stati intercettati e distrutti dalla coalizione a guida saudita, un giorno dopo i due raid mortali sull'aeroporto internazionale di Riad. Le difese intercettano la maggior parte delle minacce annunciate, ma non hanno impedito il colpo al Terminal 4 e il raid del 10 ottobre sullo scalo di Riad; le autorità saudite hanno aperto un'indagine sul mancato intercetto (Notizie Geopolitiche). Il conto strategico per il Regno sale comunque: lo scalo della capitale resta chiuso; secondo stime circolate, circa il 60% dei voli previsti potrebbe essere cancellato, e il traffico petrolifero da Bab el-Mandeb viaggia su rotte sempre più lunghe e costose.

Martedì 13 ottobre: cosa ha abbattuto la coalizione

Il Mag. Gen. Turki Al-Malki, portavoce della Coalizione per il ripristino della legittimità in Yemen, ha annunciato l'intercettazione di due missili balistici diretti verso Khamis Mushait, città sud-occidentale vicina al confine yemenita. La coalizione ha riferito anche dell'abbattimento di un missile da crociera nei pressi dell'aeroporto della capitale e di un drone nella Provincia Orientale.

I conteggi delle ultime ore non combaciano. La Saudi Press Agency, citata da OilPrice.com, parla di due missili balistici verso Khamis Mushait; Notizie Geopolitiche riferisce di tre missili balistici intercettati nelle ultime ore — uno verso Riad, due verso Khamis Mushait; La Verità menziona un solo missile balistico verso Khamis Mushait, più il missile da crociera e il drone. Il dato certo è che le difese saudite operano senza pause.

Il portavoce militare Houthi Yahya Saree ha rivendicato quattro attacchi nelle ultime 24 ore con missili balistici, missili da crociera e droni, citando tra gli obiettivi gli aeroporti King Khalid di Riad e King Fahd vicino a Dammam e due impianti di Saudi Aramco nella Provincia Orientale: il sito del gas di Shedgum e la raffineria di Tanajib. Saree ha parlato di tre ondate contro la capitale da sabato sera e di un colpo diretto a Shedgum con un incendio di grandi dimensioni. Da Aramco non è arrivata alcuna conferma pubblica: su questi danni restano solo le rivendicazioni del gruppo yemenita.

Il bilancio dei raid del 10 ottobre, tra fonti che divergono

Le cifre sulle vittime degli attacchi agli aeroporti sauditi cambiano a seconda della fonte e della finestra temporale considerata:

EventoFonteMortiFeriti
Raid del 10 ottobre sul King Khalid di RiadAutorità saudite (via La Verità)12309
Raid del 10 ottobre su RiadAltre fonti citate da La Verità13—
Raid del 10 ottobre su RiadFonti regionali citate da AP (via Notizie Geopolitiche)13oltre 300
Attacchi agli aeroporti sauditi, 6-11 ottobreAviazione civile saudita (via Notizie Geopolitiche)20356

Il raid più grave resta quello di sabato 10 ottobre sul King Khalid International Airport: la sequenza di attacchi ha spinto le autorità a prolungare la chiusura dello scalo per completare le verifiche di sicurezza. Le discrepanze tra fonti e tra finestre temporali sono contenute ma reali, e riflettono sia il susseguirsi degli attacchi sia la diversa origine dei dati, saudita o regionale.

Il giorno dopo, un proiettile ha colpito il Terminal 4, destinato ai voli domestici, provocando un incendio, la morte di un cittadino pakistano e 11 feriti. Tra le vittime del raid di sabato c'è anche un cittadino americano.

Aeroporto di Riad con piazzale vuoto e aerei fermi, scalo chiuso dopo gli attacchi missilistici Houthi
Lo scalo della capitale saudita resta chiuso mentre le difese intercettano nuove minacce missilistiche.

Sul piano civile le conseguenze non si sono chiuse. Etihad Airways ha cancellato i collegamenti tra Abu Dhabi e Riad, Gedda e Dammam, mantenendo sospesi i voli verso la capitale almeno fino al 19 ottobre. Qatar Airways ha sospeso temporaneamente i voli verso Riad e Dammam. Delta Air Lines ha rinviato a marzo 2027 l'avvio della rotta Atlanta-Riad. La FAA statunitense ha emesso un avviso di sicurezza valido fino al 10 dicembre sui rischi per gli aerei da operazioni militari e interferenze ai sistemi di navigazione satellitare.

Bab el-Mandeb e il costo logistico dell'escalation

Il petrolio resta il termometro del conflitto. Nelle contrattazioni asiatiche di martedì il Brent è sceso dell'1%, a 105 dollari al barile, dopo aver superato i 106 dollari lunedì. Il ministro dell'Energia Prince Abdulaziz bin Salman ha definito il Regno la "capital of energy security", per rassicurare i mercati.

Il problema non è la produzione, ma la rotta. La coalizione a guida saudita combatte gli Houthi per riprendere il controllo della costa yemenita sul Mar Rosso e sullo Stretto di Bab el-Mandeb, da cui passano normalmente le esportazioni di greggio dal porto di Yanbu verso l'Asia. Da luglio gli Houthi hanno promesso di disturbare le spedizioni saudite, lasciando passare altro traffico. Riyadh ha risposto spostando i carichi dai porti mediterranei egiziani, bypassando lo stretto. La rotta alternativa — Mediterraneo e punta meridionale dell'Africa via Capo di Buona Speranza — allunga però il viaggio da Yanbu all'Asia orientale di circa un mese.

Su un mercato dove il Brent viaggia sopra i 100 dollari, ogni giorno di navigazione in più si scarica sui noli, sul carburante e sulle assicurazioni. Anche senza nuovi colpi diretti agli impianti energetici, l'escalation si trasferisce lungo tutta la filiera.

Il fronte americano e la minaccia agli impianti

Il conflitto rischia di allargarsi oltre il fronte saudita. Il presidente Donald Trump ha detto che gli Houthi stanno "comportandosi molto male" e ha confermato di valutare un coinvolgimento militare americano diretto. La reazione è arrivata con Mohammed al-Bukhaiti, membro dell'ufficio politico degli Houthi, secondo cui un intervento degli Stati Uniti provocherebbe una risposta "rapida e dolorosa" contro Washington e i suoi interessi nella regione. Il dirigente ha invitato i lavoratori delle infrastrutture petrolifere e aeroportuali saudite ad allontanarsi, indicandole come potenziali obiettivi.

Sul piano diplomatico, Arabia Saudita, Turchia, Pakistan ed Egitto hanno condannato gli attacchi; Washington ha chiesto la cessazione delle operazioni. Il generale Turki al-Malki ha definito l'attacco al terminal dell'aeroporto di Riad un "crimine di guerra".

Il paradosso delle difese che intercettano

Le difese intercettano la maggior parte delle minacce annunciate, ma non hanno impedito il colpo al Terminal 4 e il raid del 10 ottobre sullo scalo di Riad; le autorità saudite hanno aperto un'indagine sul mancato intercetto (Notizie Geopolitiche). Il costo per Riyadh non si misura solo sui missili abbattuti. Mettendo in rapporto i 12 morti attribuiti dalle autorità saudite al solo raid del 10 ottobre con i 20 morti complessivi registrati sugli aeroporti tra il 6 e l'11 ottobre, quella singola giornata concentra il 60% delle vittime del ciclo di attacchi. E la pressione Houthi non si contabilizza in perdite: si contabilizza sui voli che, secondo stime circolate, potrebbero essere cancellati (circa il 60% del totale previsto), sull'aeroporto di Riad chiuso, sugli impianti Aramco rivendicati come obiettivi e sulle petroliere costrette a un mese in più di navigazione per raggiungere l'Asia.

Per chi segue i mercati energetici, il segnale operativo è che il premio di rischio sul Brent non si scarica più solo sugli attacchi riusciti: basta la minaccia continua a Bab el-Mandeb per allungare le rotte. Se il confronto si sposta dalle intercettazioni ai danni verificati agli impianti, il margine di tolleranza di un mercato già provato da settimane di oscillazioni si assottiglia ancora.

Fonti

Brent ai massimi: rischio Hormuz vale più del diesel russo

Il Brent lunedì 12 ottobre è salito di circa il 2%, fino a 106,79 dollari al barile, nel corso della giornata, il livello più alto delle ultime due settimane. Nella prima mattina europea il contratto era ancora in calo dello 0,2% a 104 dollari e il WTI arretrava dello 0,7% a circa 91 dollari: la rimonta è arrivata nel corso della giornata, fino ai 93,54 dollari del benchmark statunitense. A spingerla sono i nuovi attacchi in Arabia Saudita e le petroliere colpite vicino allo Stretto di Hormuz. La seduta racconta però una frattura: il greggio sale sul rischio geopolitico, il diesel scende perché Mosca ha revocato in parte il divieto alle esportazioni di diesel.

Attacchi a Riyadh e Hormuz: il premio di rischio torna sul greggio

Gli Houthi filo-iraniani hanno rivendicato il lancio di missili balistici e da crociera contro l'aeroporto internazionale King Khalid di Riyadh sabato 10 ottobre: 13 morti e più di 300 feriti. Domenica un secondo attacco sullo stesso scalo ha ucciso una persona e ne ha ferite 11. Nessuno dei due ha centrato infrastrutture energetiche, ma il fine settimana ha aggiunto un tassello diverso: due petroliere sono state colpite, una in prossimità di Sohar in Oman e una mentre attraversava Hormuz.

Il contesto rende l'episodio più pesante di quanto sembri. A settembre le esportazioni del Golfo avevano recuperato l'81% dei livelli pre-guerra, con greggio e condensato al 91% e prodotti raffinati ancora al 60%: trentuno punti percentuali di distanza tra la materia prima che riparte e la raffinazione che resta indietro.

Gli strategist commodity di ING, Warren Patterson e Ewa Manthey, hanno scritto in una nota che gli eventi "show that risks to supply from the region remain, despite oil flows from the Persian Gulf being at their highest levels since the start of the US-Iran war".

Il diesel russo raffredda i prodotti raffinati

Venerdì Donald Trump ha annunciato che la Russia fornirà immediatamente più di 300.000 tonnellate metriche di diesel, circa 2,25 milioni di barili, ai mercati statunitensi e internazionali, con altri volumi in arrivo. Mosca ha anche revocato in parte il divieto alle esportazioni di diesel, liberando altre 500.000 tonnellate, circa 3,7 milioni di barili. Sommando i due annunci si arriva a 800.000 tonnellate, pari a circa 5,95 milioni di barili: poco più di un giorno e mezzo di consumi statunitensi di diesel, calcolando sui 3,7 milioni di barili che l'analista di PVM Tamas Varga indica come equivalenti a una giornata di domanda USA di diesel.

I future ICE sul gasolio hanno reagito subito, con un calo del 4,3% a 1.419,5 dollari per tonnellata. Tamas Varga, analista di mercato di PVM, non si sbilancia sull'efficacia della mossa: "The immediate impact of the deal is questionable, as Russia's refining capacity has been severely reduced". Lo stesso Varga rileva che le 500.000 tonnellate liberate valgono circa il 13% della domanda globale di diesel.

Domenica Trump ha annunciato anche una tregua energetica tra Russia e Ucraina. Le versioni su cosa stia accadendo divergono: OilPrice.com riferisce che il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha accusato lunedì Mosca di violare l'intesa, mentre Offshore Engineer scrive che Zelensky stava ancora aspettando i dettagli e che il Cremlino non ha commentato.

Il Brent sale ai massimi di quasi due settimane sui rischi per l'offerta mediorientale
Navi da carico ormeggiate vicino a serbatoi di stoccaggio petrolifero lungo una costa, sotto un cielo azzurro. Foto di Zifeng Xiong su Pexels

Goldman Sachs: oltre 20 dollari di premio geopolitico

Goldman Sachs ha alzato la previsione sul Brent di dicembre a 90 dollari dagli 85 precedenti, stimando che i rischi geopolitici aggiungano al prezzo "just over $20 a barrel". Il conto aiuta a leggere la seduta: con il Brent a 106,79 dollari, un premio da 20 dollari pesa circa il 19% della quotazione; senza di esso il barile varrebbe poco più di 86 dollari.

La banca stima anche un WTI medio a 81 dollari a dicembre 2026 e a 73 dollari nel 2027, livelli molto lontani dalle quotazioni di lunedì.

I fondamentali non offrono appoggio. L'OPEC ha detto lunedì di attendersi una crescita della domanda mondiale di appena 400.000 barili al giorno nel 2026, contro gli 1,4 milioni stimati a inizio anno: un taglio di un milione di barili al giorno, pari al 71% della stima iniziale. L'Agenzia Internazionale dell'Energia vede addirittura un calo dei consumi globali di 2,5 milioni di barili al giorno nel 2026, seguito da un rimbalzo di 2,6 milioni nel 2027. OPEC prevede una crescita della domanda di 400.000 b/g nel 2026, l'IEA un calo di 2,5 mln b/g: divergono anche sulla direzione.

Chi paga il conto tra raffinatori e rotte alternative

Per chi raffina, il costo di acquisto del greggio sale con il Brent. Per gli operatori midstream e le compagnie di navi cisterna l'effetto è invertito: l'insicurezza delle rotte tradizionali aumenta la domanda di percorsi alternativi, capacità di stoccaggio e infrastrutture di export affidabili.

Sul fronte delle scorte, l'IEA ha invitato i Paesi membri a valutare se siano necessari rilasci aggiuntivi di diesel e a chi non ha ancora consegnato i volumi promessi di accelerare, dando priorità proprio al gasolio. Nel Golfo del Messico, intanto, Shell, Chevron e BP stanno riposizionando il personale e ripristinando la produzione dopo il passaggio dell'uragano Isaias.

Il 3 novembre, con le elezioni di midterm, la pressione politica sui prezzi dei carburanti negli Stati Uniti cresce in vista del voto: è il motivo per cui Washington spinge sul diesel russo.

Una lettura possibile è che il mercato stia pagando un'assicurazione contro l'interruzione delle rotte, non un rialzo della domanda. È plausibile che, finché Hormuz resta insicuro, il greggio resti caro anche con il diesel che torna a scorrere: la distanza tra i due prezzi potrebbe dire quanto il mercato crede davvero alla tregua.

Fonti

Shell e Chevron fermano 9 piattaforme: Isaias minaccia il Golfo

Shell e Chevron hanno cominciato a chiudere la produzione offshore nel Golfo del Messico mentre la tempesta tropicale Isaias avanza verso la costa americana. Le piattaforme coinvolte sono nove in totale, ma il punto critico non è l'estrazione: è la raffinazione. Con gli impianti statunitensi già spinti al massimo per far fronte a una stretta globale dei carburanti, un uragano sulla costa del Golfo colpirebbe un sistema senza margini di riserva.

Shell evacua cinque impianti, Chevron ne ferma quattro

Shell sta evacuando tutto il personale e sospendendo la produzione su cinque piattaforme: Mars, Olympus, Ursa, Vito e Appomattox. L'azienda ha già trasferito il personale non essenziale dall'asset Stones. Chevron ha invece avviato le procedure di sospensione su quattro impianti offshore che gestisce nel Golfo, spostando a terra parte del personale; gli altri cinque restano su livelli di produzione normali.

Messi insieme, i due piani coinvolgono nove strutture. Per Chevron significa fermare quattro dei nove impianti che gestisce nel Golfo, cioè circa il 44% delle proprie piattaforme offshore. Rapporti precedenti indicavano che anche BP stava evacuando personale dalle proprie strutture.

OperatorePiattaforme fermatePiattaforme attive
Shell5 (Mars, Olympus, Ursa, Vito, Appomattox)n.d.
Chevron45

Isaias può diventare il primo uragano della stagione

Isaias si è formata mercoledì al largo del Messico e, secondo le previsioni del National Hurricane Center, dovrebbe intensificarsi fino a diventare un uragano prima di toccare terra sulla costa meridionale degli Stati Uniti nelle prime ore di sabato, portando forti piogge, mareggiate e possibili tornado in diversi Stati.

Shell e Chevron riducono la produzione nel Golfo del Messico per la tempesta Isaias
Piattaforma petrolifera offshore con gru, in una giornata di sole. Foto di Rahib Yaqubov su Pexels

"We're expecting multiple dangerous, life-threatening impacts along portions of the northern Gulf Coast beginning Friday and continuing into the weekend", ha dichiarato Michael Brennan, direttore del U.S. National Hurricane Center. Se il sistema raggiungerà la forza di uragano, sarà il primo di una stagione atlantica finora molto più debole del solito.

Il Golfo vale il 15% del petrolio e il 5% del gas Usa

I campi offshore del Golfo del Messico coprono circa il 15% della produzione petrolifera nazionale statunitense e il 5% della produzione di gas naturale. Le chiusure annunciate toccano quindi una fetta rilevante dell'offerta americana, ma la minaccia più seria resta un'altra: se un uragano colpisce uno degli impianti di raffinazione della costa, l'effetto sui prezzi sarebbe più severo di quello prodotto dalle piattaforme ferme.

La crisi dei carburanti amplifica ogni interruzione

Le raffinerie statunitensi sono oggi spinte al massimo per produrre quanto più carburante possibile in uno scenario di stretta globale. Questa tensione ha portato margini di raffinazione e prezzi al dettaglio dei carburanti a livelli record. Qualsiasi interruzione dell'attività di raffinazione negli Stati Uniti aggraverebbe il problema dei prezzi.

Sul fronte del greggio, la notizia delle chiusure si somma a una settimana segnata da attacchi iraniani intensificati contro le petroliere nel Golfo Persico. Le quotazioni si muovono di conseguenza: il Brent viene scambiato sopra i 104 dollari al barile e il WTI intorno ai 91,60 dollari, entrambi in rialzo di oltre il 3% su base giornaliera.

Il punto è questo: le nove piattaforme fermate rappresentano una perdita di produzione recuperabile in pochi giorni. Un eventuale impatto sulle raffinerie della costa, in un mercato dove i margini sono già ai massimi storici, no. È lì che Isaias può fare davvero la differenza.

Fonti

G7-IEA, 100 milioni di barili: quanto è davvero nuova offerta

Il Governing Board dell'International Energy Agency si riunisce oggi, mercoledì 7 ottobre 2026, in via informale per discutere il rilascio coordinato di 100 milioni di barili tra greggio e diesel deciso dal G7. Il punto non è il volume annunciato: è capire quanta parte di questi barili sia offerta davvero nuova. Una fetta consistente potrebbe coincidere con scorte già promesse a marzo e mai immesse sul mercato — e questo spiega perché i prezzi non siano scesi come ci si aspettava.

La riunione dell'IEA e i dettagli ancora mancanti

L'organo decisionale dell'Agenzia Internazionale dell'Energia discute oggi gli aspetti operativi del piano. La riunione segue quella dei rappresentanti dei Paesi UE, che nella stessa giornata avevano già affrontato i dettagli tecnici, secondo due diplomatici europei citati da Reuters. Non sono stati resi pubblici né i volumi per singolo Paese né il calendario definitivo.

Il G7 aveva annunciato la settimana scorsa un rilascio da 100 milioni di barili distribuito su quattro mesi, con una quota consistente di diesel concentrata nei primi 20 giorni. L'intesa è arrivata dopo giorni di pressione dell'amministrazione Trump su Germania e Francia, con Washington che aveva prospettato un possibile divieto alle esportazioni di carburante statunitense. L'ipotesi aveva incontrato l'opposizione dell'industria petrolifera americana, timorosa di contraccolpi sui prezzi interni.

Quanto è nuova l'offerta: il nodo del piano di marzo

Il piano originario dell'IEA, annunciato l'11 marzo 2026, prevedeva un'azione collettiva da 400 milioni di barili. Finora ne sono stati immessi sul mercato circa 325 milioni, oltre l'80% dell'impegno iniziale. Il calcolo è diretto: sottraendo i 325 milioni dai 400 promessi, restano da liberare non più di 75 milioni di barili del vecchio programma. Se il nuovo annuncio da 100 milioni dovesse includere quei volumi, la quota di offerta realmente aggiuntiva si ridurrebbe a un massimo di 25 milioni di barili.

È esattamente questo il punto che il G7 ha lasciato aperto. La dichiarazione parla di un rilascio da effettuare "tenendo conto degli impegni che sono già stati adempiuti", senza chiarire se i 100 milioni siano un'iniziativa interamente nuova oppure includano parte dei volumi ancora dovuti da marzo. Diversi funzionari europei hanno letto l'annuncio come una riaffermazione di impegni precedenti più che come un intervento inedito.

Il direttore esecutivo dell'IEA, Fatih Birol, ha confermato il quadro: "around 325 million barrels of the IEA collective action announced in March have so far been released, representing over 80% of the 400 million barrels originally pledged in the action".

Germania e Spagna in ritardo sulle scorte

Il confine tra vecchi e nuovi impegni si vede bene guardando chi ha già liberato le proprie scorte. La Germania non avrebbe ancora aperto circa il 77% dei barili promessi, mentre la Spagna avrebbe da immettere circa un terzo della propria quota. Gli Stati Uniti, all'opposto, hanno approvato il rilascio di ulteriori 40 milioni di barili dalla Strategic Petroleum Reserve, completando la propria parte.

G7 e IEA: rilascio coordinato di 100 milioni di barili di petrolio e diesel
Vecchi barili di petrolio con etichette, impilati all'aperto. Foto di Waldemar Brandt su Pexels

Sul fronte della composizione, la Francia aveva proposto uno schema basato su 50 milioni di barili di diesel e 50 milioni di barili di greggio. Una quota diesel da 50 milioni di barili corrisponderebbe a circa il 17% delle riserve strategiche di gasolio dell'Unione Europea e a circa il 3% dei consumi annuali del blocco: numeri sufficienti a incidere sul brevissimo termine, molto meno a cambiare gli equilibri strutturali. I Paesi del G7 hanno inoltre concordato di coordinare i programmi di manutenzione delle raffinerie, per evitare fermi simultanei che ridurrebbero ulteriormente la capacità disponibile.

Il gasolio resta il vero collo di bottiglia

Il diesel è il problema centrale della crisi. Ad agosto 2026 gli Stati Uniti rappresentavano circa la metà delle importazioni europee di gasolio, secondo l'IEA, dopo che l'Europa ha aumentato gli acquisti di prodotto raffinato americano per compensare le difficoltà in arrivo dall'area del Golfo Persico.

Il presidente francese Emmanuel Macron ha ridimensionato i toni dello scontro con Washington: "Il tono della nostra discussione non è stato di minacce; è stato costruttivo". Tutti i partecipanti si sono impegnati a non introdurre divieti alle esportazioni, ha aggiunto.

Hormuz e gli attacchi restano il rischio principale

La logistica del greggio è migliorata, ma resta fragile. I transiti attraverso lo Stretto di Hormuz hanno raggiunto una media di 13,5 milioni di barili al giorno a fine settembre 2026, con le spedizioni dall'area più ampia — Mar Rosso incluso — che in 4 degli ultimi 7 giorni del mese hanno superato i livelli pre-bellici. Nelle stesse acque, però, la società di intelligence Marisks ha registrato almeno 7 incidenti, incluso un attacco alla petroliera kuwaitiana Kazimah III.

Sulla terraferma, gli Houthi hanno rivendicato lanci di missili balistici e droni contro siti Saudi Aramco a Riyadh e Khurais. A complicare il quadro contribuiscono gli attacchi ucraini contro raffinerie russe, che hanno ridotto la disponibilità di prodotti raffinati, e il limite alle esportazioni cinesi: per ottobre non sono state assegnate quote alle grandi raffinerie, con eccezioni per Hong Kong e Macao.

"Il G7 di attingere alle riserve strategiche sta contribuendo a ridurre potenzialmente l'ansia immediata per l'offerta, mentre cresce la convinzione che i volumi di esportazione dell'Arabia Saudita stiano tornando verso i livelli pre-bellici, anche se questi barili viaggiano ancora a costi più elevati e su rotte meno efficienti", ha spiegato Tim Waterer, chief analyst di KCM Trade.

Cosa cambia per chi compra carburante

Per un operatore europeo, la partita si gioca su due piani distinti. Il primo è il tempo: la quota diesel anticipata nei primi 20 giorni può alleggerire la pressione sui prezzi in ottobre, ma il resto del piano si distribuisce su quattro mesi e non copre nemmeno un terzo dei consumi annuali UE di gasolio. Il secondo è la composizione: se una parte dei 100 milioni coincide con il residuo dei 400 milioni di marzo, la vera nuova offerta si riduce a 25 milioni di barili, con un effetto sui prezzi limitato e temporaneo.

Tradotto: il rilascio serve più a spegnere l'ansia di approvvigionamento nel brevissimo periodo che a correggere lo squilibrio strutturale. Il Brent è rimasto sopra quota 100 dollari dopo l'annuncio, e l'ultima rilevazione disponibile — lunedì 5 ottobre — lo vedeva a 101,69 dollari in calo dello 0,55%, con il WTI a 90,16 dollari (-1,04%). Non è il movimento che ci si aspetta da 100 milioni di barili nuovi. Il mercato li ha già in gran parte prezzati.

Fonti

Stretto di Hormuz: Brent sopra i 100$ tra tempesta e attacchi Houthi

Il Brent è risalito sopra i 100 dollari al barile e quota $101,39 alle 06:35 GMT del 7 ottobre 2026. Due variabili tengono alta la pressione sul prezzo: una tempesta atlantica che punta agli impianti statunitensi del Golfo del Messico e nuovi attacchi Houthi alle infrastrutture saudite. La ripresa dei flussi mediorientali non basta a compensare i rischi aperti: il premio di sicurezza resta la componente dominante nella quotazione del greggio.

Il prezzo del giorno: Brent a $101,39, WTI a $90,05

I future sul Brent LCOc1 sono saliti di 81 centesimi, pari allo 0,8%, a $101,39 al barile alle 06:35 GMT. Il West Texas Intermediate CLc1 ha guadagnato 61 centesimi, lo 0,7%, a $90,05 al barile. Tre fattori spingono i prezzi in parallelo: la tempesta in avvicinamento, gli attacchi alle infrastrutture saudite e il calo delle scorte statunitensi.

L'American Petroleum Institute ha rilevato una contrazione delle scorte di greggio USA di 2,09 milioni di barili nella settimana chiusa al 2 ottobre 2026.

La tempesta USA mette a rischio metà raffinazione americana

Una tempesta in formazione nel Golfo del Messico diventerà il primo uragano atlantico del 2026 entro due giorni e punta verso gli impianti offshore di petrolio e gas. Le aree sul suo percorso producono il 15% del greggio statunitense e il 5% del gas naturale. Il rischio non è solo estrattivo: fino a sei raffinerie negli stati del Golfo possono essere coinvolte. Gli impianti di questi stati valgono circa il 50% della capacità nazionale di 18,2 milioni di barili al giorno, un calcolo che porta a 9,1 milioni di barili al giorno di raffinazione esposti.

Tim Waterer, chief analyst di KCM Trade, ha parlato di "an unwelcome complication for crude, raising the prospect of production and refining disruptions at a time when the market already has enough supply-side headaches".

Crisi dello Stretto di Hormuz: Attacchi Iraniani e Impatto sui Prezzi
Serbatoi industriali di stoccaggio con ringhiere verdi di sicurezza in una struttura metallica. Foto di Jan van der Wolf su Pexels

Jazan e il gasdotto Est-Ovest: la doppia faccia saudita

La produzione saudita continua a fluire: il gasdotto Est-Ovest ha raggiunto 5,8 milioni di barili al giorno, secondo quanto dichiarato martedì 6 ottobre dal ministro dell'Energia principe Abdulaziz bin Salman. Negli ultimi 7-10 giorni sono usciti dal Medio Oriente 12 milioni di barili al giorno di greggio e 2 milioni al giorno di prodotti raffinati.

Gli attacchi, però, non si fermano. L'autorità dell'aviazione saudita ha confermato colpi agli aeroporti di Jazan e Najran lunedì 5 ottobre 2026. Jazan ospita una raffineria Aramco da 400.000 barili al giorno: quello che sembra un attacco alla sicurezza aeroportuale è anche un colpo a un nodo industriale. I due dati letti insieme dicono che la ripresa dei flussi sauditi e la loro vulnerabilità crescono di pari passo.

Noli record: dove si scarica il premio di rischio

Il collo di bottiglia non è il greggio, ma la logistica. I noli delle superpetroliere viaggiano sopra 1 milione di dollari al giorno e il costo si sta trasmettendo anche alle navi più piccole, secondo June Goh, senior oil market analyst di Sparta Commodities. Il volume complessivo che lascia il Golfo — calcolando i 12 milioni di barili di greggio più i 2 milioni di prodotti raffinati si arriva a 14 milioni di barili al giorno — resta comunque sotto i livelli prebellici: le esportazioni dal Golfo sono recuperate all'81% dei livelli pre-guerra.

Mukesh Sahdev, chief oil analyst di X Analysts, ha spiegato che "attacks and refinery outages are likely to keep the cracks elevated and scarcity will transmit to crude". La sua lettura del Brent: "Crude prices would hold near $100 without any material de-escalation emerging".

La vera partita non è se il Brent resterà intorno ai 100 dollari, ma chi assorbirà il costo del rischio. Con metà della raffinazione americana esposta a una tempesta, con la raffineria di Jazan nel mirino degli Houthi e con noli oltre il milione al giorno, il premio di sicurezza si scarica sugli acquirenti finali come costo strutturale. Servirebbe un allentamento simultaneo dei due fronti — meteo e geopolitica — per riportare il mercato sotto la soglia dei cento dollari. Al 7 ottobre 2026, nessuno dei due mostra segnali in quella direzione.

Fonti

Tanker iraniane bloccate: le sanzioni USA strangolano l’export

Decine di petroliere iraniane restano ferme perché un blocco commerciale statunitense ha di fatto sbarrato loro le rotte, comprimendo la capacità di trasporto del greggio iraniano. Il segnale più duro arriva dall'acqua: un attacco a una tanker al largo dell'India ha ferito 12 persone. In un sistema energetico già sotto stress, la logistica marittima è diventata la variabile che decide i flussi.

Il blocco USA congela decine di petroliere iraniane

Il blocco non tocca i pozzi, ma il mare: le navi restano intrappolate e il greggio perde capacità di trasporto. Bloomberg — Energy ha documentato il caso il 6 ottobre 2026, citando una nonprofit. Decine di unità ferme significano meno barili in movimento e rotte da ridisegnare per chiunque operi nell'area del Golfo.

Iran - Decine di Tanker Bloccate dalle Sanzioni USA
Navi cargo ormeggiate accanto a serbatoi di stoccaggio petrolio lungo la costa. Foto di Zifeng Xiong su Pexels

Un attacco al largo dell'India allarga il perimetro del rischio

L'attacco che ha ferito 12 persone è avvenuto su una tanker al largo dell'India, fuori dallo Stretto di Hormuz. Letto insieme ai dati sulle rotte del Golfo che avevamo riportato — a settembre 2026 solo il 60% dei barili ha attraversato Hormuz, contro l'83% prima della guerra — il quadro si allarga. Il confronto tra le due percentuali indica 23 punti percentuali in meno, pari a un -27,7% calcolato come 23 diviso 83. Il rischio non riguarda più soltanto le navi iraniane: coinvolge l'intera catena di trasporto.

Cosa cambia per chi compra e trasporta greggio

Il rilascio coordinato di 100 milioni di barili tra diesel e greggio, concordato da G7 e partner via AIE, ha riportato il Brent a circa 99 dollari al barile. Quella mossa agisce sulle scorte, non sulle rotte. Restano tre vincoli:

  • il blocco commerciale USA che tiene ferme le tanker iraniane;
  • l'attacco al largo dell'India, che porta il rischio fuori da Hormuz;
  • il transito ridotto nel Golfo, ancora sotto i livelli pre-guerra.

Per un operatore la differenza è netta: coprire un picco di prezzo con le riserve è una cosa, ricostruire un percorso di trasporto è un'altra. Finché le petroliere restano ferme, ogni barile tirato fuori dalle scorte compra tempo, non capacità di trasporto.

Fonti

Pipeline Saudi Est-Ovest: 5,8 milioni di barili al giorno oltre Hormuz

Che il gasdotto Est-Ovest saudita fosse una riserva di sicurezza lo si diceva da anni. Ora è un'arteria strutturale: 5,8 milioni di barili di greggio al giorno attraverso il Mar Rosso, contro i circa 4 milioni movimentati dopo lo scoppio della guerra con l'Iran. Con lo Stretto di Hormuz ancora sotto pressione, Riad ha trasformato un'emergenza in un corridoio di export alternativo permanente.

Il gasdotto Est-Ovest supera i livelli pre-guerra

Il ministro dell'Energia saudita, il principe Abdulaziz bin Salman, ha indicato che il gasdotto Est-Ovest ha movimentato 5,8 milioni di barili di greggio nella mattinata di martedì 6 ottobre 2026. La linea attraversa il Paese fino a Yanbu, sul Mar Rosso, ed è stata riavviata il 22 settembre, dopo che attacchi con droni avevano fermato il flusso e bloccato i carichi a Yanbu nel mese precedente.

Rispetto ai 4 milioni di barili al giorno in transito dopo la disruption di Hormuz, il balzo è di 1,8 milioni di barili quotidiani: un +45% che segnala non solo più volume, ma affidabilità ritrovata.

Hormuz pesa ancora: 60% dei flussi contro l'83% pre-guerra

Solo il 60% dei barili di greggio e condensato del Golfo (escluso l'Iran) ha attraversato Hormuz a settembre 2026, contro l'83% prima della guerra. Le esportazioni del Golfo hanno toccato circa 16,5 milioni di barili al giorno, vicine ai livelli pre-conflitto, secondo le stime di Standard Chartered.

Il resto — circa 6,6 milioni di barili al giorno, ovvero il 40% calcolato sul totale di 16,5 — è passato da gasdotti di bypass, porti alternativi e trasferimenti nave-nave. Il corridoio Est-Ovest è il pilastro di questa rete ridondante.

Pipeline Saudi Est-Ovest raggiunge una portata di 5.8 milioni di barili al giorno
Grande pipeline industriale attraversa una foresta verde in Germania. Foto di Wolfgang Weiser su Pexels

Export sauditi: recupero da 2,45 a 6,9 milioni di barili

Le esportazioni di greggio saudite sono risalite a circa 6,9 milioni di barili al giorno a settembre 2026, da 2,45 milioni di agosto. È un recupero del 182%, pari a circa 4,45 milioni di barili in più al giorno rispetto al mese precedente.

Rapportando i 5,8 milioni movimentati dal gasdotto ai 6,9 milioni di barili al giorno esportati, il canale del Mar Rosso vale ora poco più dell'84% del greggio saudita destinato ai mercati: un dato che spiega perché Riad continui a investire nella linea anche a costo di convivere con nuove minacce.

Il Mar Rosso non è una rotta senza rischi

Gli Houthi hanno minacciato il naviglio legato all'Arabia Saudita nel Mar Rosso e rivendicato un attacco a una struttura Aramco a Riad nel fine settimana. Funzionari sauditi hanno contestato la rivendicazione, mentre una fonte Reuters ha riferito lunedì che i flussi del gasdotto Est-Ovest non hanno subito interruzioni.

Resta però il conto operativo: noli e assicurazioni sul rischio di guerra rimangono elevati, l'utilizzo delle navi è sotto stress e alcune rotte richiedono tempi di percorrenza maggiori.

Analisi: cosa cambia per chi acquista greggio del Golfo

Per un raffinatore europeo o asiatico, la lezione concreta è che la sicurezza dell'approvvigionamento dipende sempre meno da un singolo punto di strozzamento. Con appena il 60% dei barili del Golfo che passa da Hormuz, contro l'83% pre-guerra, la quota di greggio che viaggia su rotte alternative è raddoppiata in termini di rilevanza relativa: una struttura di costo più alta e più lenta, ma anche meno esposta a un singolo blocco.

Il paradosso è che questa ridondanza non è gratuita: ogni barile che aggira Hormuz paga un premio in noli e assicurazione, e quel premio finisce nel prezzo finale dei prodotti raffinati.

G7 e Ue: 100 milioni di barili di diesel per raffreddare i prezzi

Il G7 e i suoi partner hanno concordato il rilascio di fino a 100 milioni di barili di scorte d'emergenza tra diesel e greggio nei prossimi quattro mesi, coordinate tramite l'Agenzia Internazionale dell'Energia (AIE). La decisione arriva sotto pressione degli Stati Uniti e raffredda immediatamente i prezzi. Il punto è che compra tempo, non aggiunge capacità di raffinazione: la penuria di gasolio resta legata al ritorno in servizio delle raffinerie danneggiate e ferme.

Il piano: 50 milioni di barili di diesel e 50 di greggio via AIE

L'operazione passa dall'AIE con un accento sul diesel. I Paesi europei avevano discusso di immettere 50 milioni di barili di diesel, mentre i membri dell'AIE avrebbero fornito altri 50 milioni di barili di greggio. Il presidente francese Emmanuel Macron ha confermato venerdì 2 ottobre 2026 che il rilascio è coordinato attraverso l'AIE, con priorità al gasolio. Donald Trump ha accolto la mossa dopo che la sua amministrazione aveva premuto sull'Europa per ridurre le scorte e aveva ventilato restrizioni alle esportazioni statunitensi di diesel. "Europe has just agreed to release a massive amount of their heavily stocked Diesel Oil. The process will begin immediately", ha scritto il presidente americano su Truth Social.

G7 e Ue: rilascio straordinario di 100 milioni di barili tra diesel e greggio
Fusti di petrolio ammucchiati all'aperto. Foto di Waldemar Brandt su Pexels

Il mercato reagisce con un calo immediato

I future europei sul gasolio hanno perso più del 4% venerdì, mentre il Brent è sceso di circa 3 dollari portandosi sotto i 100 dollari al barile. Il premio del diesel sul greggio è calato a circa 69 dollari al barile, dai 76,77 dollari di giovedì: un restringimento di quasi otto dollari in un giorno. È una boccata d'ossigeno per un mercato teso al limite: negli Stati Uniti il gasolio ha toccato il record di 6,50 dollari al gallone, mentre i future europei sul diesel hanno scambiato sopra i 200 dollari al barile.

I 100 milioni completano gli impegni di marzo, non li aggiungono

Un dettaglio ridimensiona l'annuncio. L'AIE aveva già coordinato a marzo 2026, dopo l'inizio della guerra con l'Iran, un rilascio d'emergenza da 400 milioni di barili, di cui circa due terzi già immessi sul mercato. Il conto è presto fatto: 400 milioni meno i circa 266,7 milioni consegnati lasciano poco più di 133 milioni di barili ancora da immettere. Il comunicato del G7 indica che i 100 milioni serviranno a completare gli impegni assunti a marzo, non a costituire una tranche aggiuntiva.

Cosa cambia davvero per il mercato del diesel

L'effetto pratico dipende da dove finiscono quei barili. L'Europa consuma più diesel di quanto ne produca ed è sempre più dipendente dalle importazioni statunitensi: un eventuale divieto USA alle esportazioni stringerebbe ulteriormente l'offerta europea. Un analista citato da Oil & Gas 360 fotografa la situazione con una battuta amara: "We're living on an oil market credit card". Il rilascio attenua la tensione nel breve, ma il vincolo vero resta a valle, nelle raffinerie: se gli impianti mediorientali e russi danneggiati non tornano in servizio, l'emergenza gasolio tornerà a galla quando l'effetto delle scorte sarà esaurito.

Fonti