Diesel USA a 6 dollari al gallone: record storico e conto sui prezzi

Il prezzo medio nazionale del diesel negli Stati Uniti ha superato per la prima volta 6 dollari al gallone, con un balzo di 2,30 dollari rispetto a un anno fa. Non è solo un numero da distributore: il gasolio muove camion, navi e consegne, quindi ogni centesimo si trasferisce su alimentari, beni per la casa e logistica. Il conto arriva anche a chi non ha mai fatto rifornimento di diesel.

Il record: 6 dollari al gallone e un rialzo del 62% in un anno

La soglia è stata superata l'11 settembre 2026, secondo i dati di GasBuddy. Il calcolo misura il salto: sottraendo i 2,30 dollari di aumento dai 6 attuali, un anno fa il diesel costava circa 3,70 dollari al gallone, quindi il rialzo annuo è di circa il 62%. Non un picco locale, ma un nuovo riferimento di prezzo per il mercato americano.

La strozzatura è dal lato dell'offerta, non della domanda

Il rincaro non nasce da consumi fuori controllo: la domanda di diesel cresce stagionalmente proprio mentre le raffinerie entrano in manutenzione. A comprimere l'offerta concorrono la guerra in Medio Oriente in escalation e gli attacchi con droni ucraini alle raffinerie russe, che paralizzano una porzione consistente della capacità globale, come avevamo seguito nelle ultime settimane.

Il resto del mondo non dispone di capacità di raffinazione sufficiente a coprire le perdite dal Golfo e dalla Russia: l'offerta resterà stretta e probabilmente lo diventerà ancora di più. La dinamica non è isolata agli Stati Uniti: in Europa il diesel ha superato 2 euro al litro, spingendo i governi nazionali dell'UE a estendere i sussidi ai conducenti.

Stazione moderna di rifornimento diesel con camion in carica presso un'infrastruttura di logistica
Il costo del diesel incide direttamente su tutti i settori del trasporto merci e della logistica.

Il conto arriva sugli scaffali, non solo alle pompe

Il diesel non è una nicchia: è il vettore della logistica. Patrick De Haan, responsabile dell'analisi petrolifera di GasBuddy, avverte che «record diesel prices will impact every cargo, shipment, every delivery Americans are taking, and are likely to reignite inflation up and down the supply chain».

Il punto operativo è che l'aumento non resta confinato a chi guida un mezzo a gasolio. I costi più alti di trasporto si incorporano nel prezzo di generi alimentari, beni per la casa e consegne, colpendo anche famiglie che non possiedono veicoli diesel. È inflazione che viaggia prima delle statistiche.

Quanto pesa per il lettore: litri, tempi e urne

Un gallone equivale a 3,785 litri: i 6 dollari americani corrispondono quindi a circa 1,59 dollari al litro (6 ÷ 3,785). Il valore resta sotto la soglia europea dei 2 euro al litro, ma è la velocità del rialzo — 2,30 dollari in dodici mesi — a pesare su chi rinegozia contratti di trasporto senza poter attendere un calo.

Il timing aggiunge un'altra variabile: la soglia è stata superata a poche settimane dalle elezioni di midterm di novembre, con il caro-carburante che diventa tema di campagna. Finché la capacità globale di raffinazione non coprirà le perdite del Golfo e della Russia, il prezzo del diesel resterà il canale più rapido attraverso cui la crisi energetica arriva sul carrello della spesa.

Fonti

Petrolio sopra i 100 dollari: WTI +11% in una settimana, Brent a 105

Il mercato non prezza più l'ipotesi di un'interruzione dell'offerta: prezza un'interruzione già in corso. I future WTI a scadenza ottobre hanno toccato 101,26 dollari al barile nella mattinata dell'11 settembre 2026, con un guadagno settimanale di 10,04 dollari (+11,01%) e un massimo intraday di 104,46 dollari, il livello più forte da maggio. Nella stessa finestra lo spot WTI è sceso a 99,61 dollari e il Brent a 105,0 dollari: la correzione non cancella la ragione per cui i prezzi sono saliti. Calcolo derivato: 101,26 – 10,04 = 91,22 dollari, il livello implicito di partenza settimanale; il minimo di 90,87 dollari è stato toccato sotto quella base, quindi il +11,01% è un recupero oltre il punto di partenza implicito, non un semplice rimbalzo dal minimo.

Future e spot WTI misurano due cose diverse

I future a scadenza ottobre scontano i mesi in cui gli attacchi alle rotte del Golfo possono ancora mordere, lo spot fotografa i barili già in acqua: il divario tra i due valori l'11 settembre era di 1,65 dollari, con i future l'1,66% sopra il prezzo immediato. Calcolo: 101,26 – 99,61 = 1,65 dollari; 1,65 / 99,61 = 1,66%. La settimana dei future è partita da un minimo di 90,87 dollari e ha sfondato quota 100 dopo gli attacchi alle petroliere. Un venerdì in calo non è un allentamento: è una pausa.

Shut-in a 6,7 milioni di barili al giorno, +34% in un mese

Le chiusure di produzione in Medio Oriente hanno mediato 6,7 milioni di barili al giorno ad agosto 2026, contro i 5 milioni di luglio: 1,7 milioni in più, il 34% in un solo mese, con il mercato che prezza barili già fuori e non solo il rischio di perderli. Calcolo: 6,7 – 5,0 = 1,7; 1,7 / 5,0 = 34%. L'EIA stima circa 5,7 milioni di barili al giorno di shut-in nel quarto trimestre 2026, mentre le scorte globali sono già scese di circa 400 milioni di barili dall'inizio dell'anno. Molti di quei barili resteranno fermi finché Hormuz e il Mar Rosso restano insicuri.

Raffineria petrolifera industriale con torri di distillazione, rappresentazione della volatilità dei prezzi petroliferi
Il mercato petrolifero si tensa sui timori di disruption dell'offerta globale, spingendo il WTI verso i 101 dollari.

OPEC: target di produzione che non arrivano al mercato

L'OPEC+ ha lasciato invariata la politica di produzione per ottobre dopo sei aumenti mensili consecutivi, ma gli 11 membri OPEC hanno prodotto 19,71 milioni di barili al giorno ad agosto, 640.000 in meno rispetto a luglio. Calcolo incrociato: 640.000 / 1.700.000 = 37,6%, quindi la riduzione della produzione OPEC copre poco più di un terzo dell'aumento degli shut-in mediorientali nello stesso arco. Le interruzioni alle esportazioni saudite e i minori carichi iraniani hanno vanificato i target. Il cartello può annunciare volumi che non è in grado di produrre, caricare e consegnare: è questa distanza, non i comunicati, a muovere il mercato.

Tre prezzi, tre storie nella stessa giornata

L'11 settembre 2026 il mercato ha mostrato tre facce diverse dello stesso squilibrio: future in forte rialzo settimanale, spot in calo giornaliero, Brent con un premio di 5,39 dollari sul WTI spot. Calcolo: 105,0 – 99,61 = 5,39 dollari. Nessuno dei tre valori è simultaneo agli altri, ma tutti raccontano la stessa crisi. Le fonti disponibili vanno però lette su piani temporali diversi: Oil & Gas 360 descrive il balzo con Brent e WTI sopra 100 dollari, mentre la tabella OilPrice e il titolo sul calo settimanale mostrano il venerdì in ribasso (WTI spot -2,80%, Brent -2,47%). Non è una contraddizione: il calo giornaliero convive con il guadagno settimanale del future ottobre (+11,01%).

RiferimentoValore, 11 set 2026Variazione
WTI future ottobre101,26 $/barile+11,01% settimanale
WTI spot99,61 $/barile-2,80% giornaliero
Brent spot105,0 $/barile-2,47% giornaliero

Il diesel USA, intanto, ha toccato il record di 6 dollari al gallone, come avevamo già documentato: il gasolio resta il canale più diretto attraverso cui gli attacchi alle petroliere arrivano al trasporto merci e ai costi finali. Per il lettore, questo significa che il calo giornaliero dello spot WTI non si traduce automaticamente in un alleggerimento dei costi di trasporto finché il diesel resta al record e gli shut-in non rientrano.

Il calcolo più rivelatore della settimana è il 34%: le chiusure mediorientali sono passate da 5 a 6,7 milioni di barili al giorno tra luglio e agosto, mentre la produzione dei 11 membri OPEC è scesa di appena 640.000 barili al giorno nello stesso arco. I due numeri non si sommano direttamente. Calcolo incrociato: 640.000 / 1.700.000 = 37,6%, cioè la contrazione OPEC equivale a poco più di un terzo dell'incremento degli shut-in. Se gli shut-in resteranno vicini ai 5,7 milioni di barili al giorno previsti dall'EIA per il quarto trimestre 2026 e l'OPEC non supererà i 19,71 milioni di agosto, il premio di guerra sul Brent non si sgonfierà con una singola giornata di calo.

Fonti

Raffinerie russe sotto attacco: l’IEA taglia le stime sulla produzione

L'Ucraina ha colpito numerose raffinerie russe e il complesso di Ryazan, nella regione del Volga, ha fermato del tutto le operazioni dopo un attacco con droni il 6 settembre 2026. Non è un danno isolato: è la progressiva erosione della capacità di raffinazione russa, e l'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA) ha risposto revisionando al ribasso le proprie previsioni sulla produzione petrolifera del Paese. Per chi segue i mercati energetici, il segnale è che gli attacchi non colpiscono più solo gli impianti, ma l'output nazionale.

Ryazan e il fermo della raffinazione nel Volga

Il complesso di Ryazan, uno degli impianti strategici della raffinazione russa nella regione del Volga, ha interrotto ogni attività in seguito all'attacco del 6 settembre, come riportato il 10 settembre 2026. Non è l'unico obiettivo centrato: Kiev afferma di aver colpito diverse raffinerie di rilievo, con l'effetto dichiarato di degradare l'industria di raffinazione russa.

Raffineria petrolifera con torri di distillazione e strutture industriali in luce naturale diurna
La produzione petrolifera russa cala progressivamente dopo gli attacchi agli impianti di raffinazione.

L'IEA rivede al ribasso le stime sull'output russo

L'11 settembre 2026 l'IEA ha tagliato ulteriormente le previsioni sulla produzione petrolifera russa. La motivazione è diretta: gli attacchi ucraini hanno eroso in modo significativo sia la capacità di raffinazione sia l'output complessivo. Il dato non nasce dal nulla — la produzione di greggio russa era già calata ad agosto 2026, mentre l'Ucraina intensificava gli attacchi contro il settore.

Cosa cambia per i prodotti raffinati

Un fermo come quello di Ryazan non significa soltanto greggio che resta sotto terra. La raffinazione è il passaggio che trasforma il greggio in benzina, diesel e altri prodotti finiti: quando impianti strategici si fermano, la pressione si sposta sulle raffinerie ancora operative e sui flussi di prodotto lavorato. Per gli operatori e per chi acquista carburanti, il numero da seguire non è solo quello dei barili di greggio, ma la tenuta della capacità di raffinazione, che gli attacchi stanno erodendo impianto dopo impianto.

Se i colpi mantengono questa cadenza, il vincolo per Mosca non sarà più la domanda estera, ma la capacità industriale interna di lavorare il greggio che estrae.

Fonti

Petrolio saudita ai minimi dal 1990: Houthi stringono Bab al-Mandeb

L'Arabia Saudita ha comunicato all'OPEC una produzione ai minimi dal 1990, trascinata dagli attacchi Houthi che hanno ridotto la capacità produttiva. Sul Mar Rosso, intanto, i ribelli yemeniti hanno conquistato il porto di Mocha, arrivando alle porte dello Stretto di Bab al-Mandeb. Il vero problema per Riad non è solo il calo: oltre il 70% delle esportazioni di greggio era stato spostato sul porto di Yanbu, proprio lungo quella rotta oggi esposta.

Mocha, Perim e il controllo del collo di bottiglia

La caduta di Mocha, avvenuta giovedì, consegna agli Houthi l'accesso diretto a Bab al-Mandeb, il passaggio largo 12 miglia che collega il Mar Rosso e il Canale di Suez al Golfo di Aden e all'Oceano Indiano. Le forze yemenite hanno preso anche l'Isola di Perim, 13 chilometri quadrati che dividono lo stretto in due canali, e l'isola di Zuqar.

Perim non è un dettaglio geografico. Chi la controlla può monitorare il traffico e, potenzialmente, minare il passaggio. Da quelle acque transitano ogni giorno 6,2 milioni di barili di petrolio e prodotti raffinati, più circa l'80% del gas naturale liquefatto diretto verso il nord Europa.

Per dare la scala del flusso basta una moltiplicazione: 6,2 milioni di barili al giorno fanno oltre 2,26 miliardi di barili l'anno (6,2 × 365). Valorizzati ai 108 dollari del Brent, sono più di 670 milioni di dollari di greggio e prodotti raffinati che passano sotto Perim ogni giorno (6,2 milioni × 108). Tredici chilometri quadrati di isola pesano, sul mercato, quanto quel numero.

Una rotta di riserva che smette di esserlo

Il paradosso saudita sta qui. Con lo Stretto di Hormuz chiuso dall'Iran, Riad ha spostato la maggior parte del greggio su Yanbu, nel Mar Rosso. Quella scelta era la copertura, la via d'uscita alternativa. Ora l'avanzata degli Houthi la mette a rischio.

Raffineria petrolifera saudita con strutture industriali, affacciata sul Mar Rosso in una giornata luminosa
La crisi della produzione petrolifera saudita accelera con il controllo Houthi dello stretto di Bab al-Mandeb.

Il precedente del 2024 misura il danno possibile: quando gli attacchi Houthi resero insicure quelle acque, i ricavi del Canale di Suez crollarono di oltre il 60%, con un costo per l'Egitto di 7 miliardi di dollari. Il calcolo a ritroso dice quanto pesasse quel canale: 7 miliardi di mancati incassi su una contrazione di oltre il 60% implicano un gettito pre-crisi di circa 11,7 miliardi di dollari l'anno (7 ÷ 0,6). Oggi la minaccia non riguarda più solo le navi in transito, ma il controllo stesso del collo di bottiglia.

Brent a 108 dollari e il differenziale del rischio

I mercati hanno reagito subito. Il Brent è salito a 108 dollari al barile, con il WTI oltre i 103. Lo scarto tra i due benchmark, 5 dollari, dice che la tensione resta concentrata sul greggio mediorientale e sulle rotte che portano in Europa, non su una crisi generalizzata della domanda.

Sullo sfondo restano due dossier aperti. Il consiglio dei governatori dell'IAEA ha votato 23 a 3, con 8 astensioni, per rinviare il fascicolo nucleare iraniano al Consiglio di Sicurezza dell'Onu, dopo aver perso traccia di circa 440,9 kg di uranio arricchito al 60%. E l'Algeria ha rotto le relazioni diplomatiche con gli Emirati Arabi Uniti, dando 48 ore all'ambasciatore di Abu Dhabi per lasciare il Paese.

Due colli di bottiglia, una sola via d'uscita

Letto insieme, il quadro è più stretto di quanto appaia. Riad ha già perso Hormuz per mano iraniana e ha ricostruito le esportazioni su Yanbu. Ora gli Houthi arrivano a minacciare proprio quel corridoio. Il 70% delle esportazioni saudite che passa dal Mar Rosso non ha, oggi, una terza alternativa di pari capacità: è questo, più del calo produttivo, a spiegare il Brent a 108 dollari.

I due dati, nelle fonti, restano separati; messi in fila raccontano la stessa esposizione. Il corridoio che Riad ha scelto come riserva è lo stesso su cui transitano i 6,2 milioni di barili al giorno, e da cui passa l'80% del gas liquefatto diretto a nord. L'esposizione, quindi, non è solo saudita. Per il lettore europeo la conseguenza è concreta: prezzi dei carburanti e forniture di gas dipendono da un unico collo di bottiglia largo 12 miglia, e ogni escalation a Bab al-Mandeb si trasmette direttamente al costo dell'energia a valle.

Fonti

Petroliere cinesi a Hormuz: retromarcia segnalata ma non confermata

Il titolo Bloomberg Energy del 19 agosto 2026 — "Two Chinese Supertankers U-Turn in Hormuz as Risks Remain High" — segnala una retromarcia di due superpetroliere cinesi nello Stretto di Hormuz, associandola a rischi che restano elevati. La fonte primaria integrale è inaccessibile al momento della verifica (errore 403), quindi il contenuto è confermato solo a livello di titolo: non sono disponibili dettagli operativi, numeri di transito o fonti secondarie specifiche. Questa analisi si basa esclusivamente sul dato verificabile del titolo e sulla data di pubblicazione, dichiarando ogni deduzione come tale.

Due superpetroliere: il dato del titolo e il suo limite

Il titolo cita due superpetroliere cinesi che hanno effettuato un'inversione a U nello Stretto di Hormuz. Il numero "due" è l'unico dato quantitativo proveniente dalla fonte accessibile. Calcolo dichiarato: senza un denominatore — il totale delle petroliere cinesi presenti nell'area, il transito medio giornaliero o la dimensione della flotta in navigazione — la percentuale di navi che hanno invertito la rotta non è calcolabile. Questa assenza è di per sé un'informazione: il titolo non fornisce elementi per quantificare la portata dell'evento. Possiamo però confrontare il dato con l'assenza di dati: il titolo sceglie di menzionare "due" superpetroliere, non una flotta, suggerendo che anche un piccolo numero di inversioni è ritenuto notiziabile quando riguarda operatori cinesi e uno stretto critico come Hormuz.

Petroliera cisterna nello Stretto di Hormuz durante manovra di retromarcia, paesaggio marino industriale
Superpetroliere affrontano manovre complesse nei passaggi marittimi critici per il commercio petrolifero globale.

"Risks remain high": cosa implica per i transiti e i prezzi

L'affermazione del titolo "Risks Remain High" è una valutazione qualitativa, non un dato numerico. Implicazione concreta per il lettore: se due superpetroliere cinesi hanno invertito la rotta e i rischi restano elevati, il segnale per gli importatori asiatici è che il passaggio attraverso Hormuz continua a essere percepito come insicuro. In assenza di conferme sui numeri dei transiti e sui prezzi del greggio, il lettore può comunque dedurre che il premio di rischio sul trasporto marittimo non è destinato a ridursi nel breve termine, con possibili effetti sui costi finali dell'energia. Questa deduzione è coerente con il titolo, ma non va confusa con una previsione basata su dati verificati.

Cosa manca: i dati non verificabili e il contesto regionale

Il titolo Bloomberg non contiene alcun riferimento a numeri di transiti precedenti, prezzi del Brent o del WTI, accuse tra Stati, minacce politiche o memorandum bilaterali. Qualsiasi informazione di questo tipo circolata in sintesi operative non è supportata dalla fonte accessibile e non può essere utilizzata in questa analisi. Collegamento tra dati separati: il titolo unisce due elementi — il fatto concreto delle due superpetroliere in inversione e la valutazione astratta dei rischi elevati — collegandoli in una relazione di causa-effetto implicita: le navi invertirebbero la rotta perché i rischi sono alti, e l'inversione contribuirebbe a sua volta a mantenere alto il rischio percepito. Questo doppio legame è l'unica elaborazione possibile con i dati disponibili, e segnala che il mercato sta trattando Hormuz come una rotta a rischio, anche senza conferme quantitative.

Fonti

Crack diesel a 100 dollari: il mercato è più corto del Brent

Il crack spread del diesel negli Stati Uniti — il differenziale di prezzo fra un barile di greggio e il diesel che se ne ricava — ha toccato 102 dollari al barile lunedì 17 agosto, assestandosi a circa 100 dollari martedì 18 agosto. È la prima volta che il margine di raffinazione del diesel raggiunge i 100 dollari. Il segnale è netto: la carenza fisica di distillati è più severa di quanto suggerisca il Brent, rimasto poco sopra i 91 dollari.

Il ribaltamento emerge da un confronto diretto: 102 dollari di margine contro 91 dollari di Brent significa che il crack spread supera il prezzo del greggio di circa il 12% (102 ÷ 91 = 1,12). Inoltre, le fonti non coincidono sul dettaglio: RBN Energy registra una chiusura record a 99,125 dollari, mentre OilPrice segnala un picco a 102 dollari e un assestamento a circa 100 dollari. La differenza è conciliabile come scarto tra chiusura ufficiale e massimo intraday, ma in entrambi i casi il mercato ha testato la soglia dei 100.

L'export da Medio Oriente e Russia perde 1,7 milioni di barili al giorno

Ad agosto 2026 le esportazioni di diesel e gasolio da Medio Oriente e Russia sono crollate da circa 3,3 milioni di barili al giorno a 1,6 milioni. Il calo di 1,7 milioni di barili equivale a una contrazione di circa il 51,5% sul livello precedente. Tradotto in base mensile, si tratta di circa 51 milioni di barili in meno ogni trenta giorni: un calcolo dichiarato, ottenuto moltiplicando il flusso giornaliero di 1,7 milioni per 30.

Qui le fonti mostrano due dati che viaggiano in direzioni opposte. Mentre l'export di diesel e gasolio da Medio Oriente e Russia si dimezza, RBN Energy segnala che le esportazioni statunitensi di diesel sono a livelli record. Il collegamento è diretto: la domanda internazionale sta attirando i barili disponibili e la maggiore spinta esportativa americana non si sta traducendo in una ricostruzione delle scorte domestiche. Pesano il divieto russo di esportare diesel dopo gli attacchi con droni alle raffinerie, le difficoltà di navigazione nello Stretto di Hormuz e una ripartenza ancora limitata delle esportazioni cinesi di carburante. Le raffinerie statunitensi ed europee viaggiano a pieno regime, ma gli stock americani di distillati medi restano il 12% sotto la media quinquennale di stagione.

IndicatorePrecedenteAttualeVariazione
Export diesel/gasoil Medio Oriente+Russia3,3 mln barili/giorno1,6 mln barili/giorno-51,5%
Prezzo medio diesel USA3,69 $/gal5,47 $/gal+48%

Cosa cambia per famiglie e imprese

Il prezzo medio del diesel negli Stati Uniti è salito a 5,47 dollari al gallone, con un incremento dell'8% in un mese e un livello superiore di oltre il 40% rispetto ai 3,69 dollari di un anno fa. La differenza di 1,78 dollari corrisponde a un rincaro di circa il 48% su base annua.

In termini operativi, ogni 100 galloni di diesel costano oggi 178 dollari in più rispetto a un anno fa: il calcolo è dichiarato, 1,78 dollari al gallone moltiplicati per 100. Per un'azienda di autotrasporto o una flotta agricola, quindi, la pressione sui costi sale anche senza aumentare i consumi. La domanda stagionale è attesa in crescita: raccolto, rifornimento dei negozi per le festività e gasolio da riscaldamento invernale. A differenza della benzina, il diesel è più inelastico. Robert Campbell, analista di Energy Aspects citato dal Financial Times, lo riassume così: «Diesel is the lifeblood of the industrial economy and you don't just turn it off».

Il vero allarme è fisico, non speculativo

Rohit Rathod, senior oil market analyst di Vortexa, società di analisi dei flussi energetici, descrive la situazione: «Refinery margins globally are near record levels, driven largely by a severe and worsening diesel shortage». Con le raffinerie già vicine alla capacità massima e le scorte sotto la media, un uragano o un fermo non programmato può spingere i margini verso nuovi record. I futures sul greggio scontano attese di breve-medio periodo; il diesel riflette una strozzatura già in corso. Per chi pianifica logistica, trasporti e prezzi al consumo, il margine di raffinazione del diesel ha già superato i 100 dollari, anche se il Brent non l'ha ancora fatto.

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Chevron scopre petrolio e condensato nel Block 0 dell’Angola

Chevron ha messo a segno una scoperta a petrolio e condensato nel Block 0, al largo dell’Angola. Il pozzo esplorativo 105-4X ha attraversato una colonna di idrocarburi superiore a 600 metri — più di 2.000 piedi — nel reservoir Pinda, nel Lower Congo Basin. La società valuta ora un collegamento diretto agli impianti già operativi, riducendo tempi e capitali: un vantaggio che poche frontiere africane possono offrire.

Il pozzo 105-4X e la strategia del tieback

Il pozzo 105-4X ha incontrato più di 90 metri (oltre 300 piedi) di net pay in roccia di alta qualità. Chevron ha descritto la qualità del reservoir come “eccellente” nel comunicato diffuso il 17 agosto 2026. Nessuna stima di risorse recuperabili è stata ancora comunicata.

OilPrice.com riporta i dati in piedi, Offshore Engineer in metri: convertendo, 2.000 piedi equivalgono a 609,6 metri e 300 piedi a 91,4 metri. Le due misurazioni, imperiale e metrica, coincidono sostanzialmente e non segnalano una contraddizione.

L’elemento operativo più rilevante è la possibilità di tieback. Chevron sta valutando se il 105-4X possa essere collegato agli impianti esistenti del Block 0 invece di essere sviluppato come progetto autonomo. La produzione nell’area è già attiva: il primo olio dalla piattaforma South N’dola è arrivato a dicembre 2025.

Block 0: quote e peso della produzione angolana

Il Block 0 è operato da Cabinda Gulf Oil Company, controllata Chevron, con una quota del 39,2%. La quota singola più alta resta però in mani statali: Sonangol E&P detiene il 41%. TotalEnergies ha il 10% e Azule Energy, la joint venture BP-Eni, il 9,8%.

Piattaforma petrolifera offshore con impianti di lavorazione del greggio e condensato scoperto nel Lower Congo Basin
La scoperta di petrolio e condensato in Angola richiede l'infrastruttura offshore collegata ai terminal di trasformazione.
SocietàQuota nel Block 0
Sonangol E&P41%
Chevron (Cabinda Gulf Oil Company)39,2%
TotalEnergies10%
Azule Energy (BP-Eni)9,8%

La scoperta arriva in un momento delicato per l’Angola. Il Paese ha prodotto in passato vicino a 2 milioni di barili al giorno; oggi è attestato intorno a 1,1 milioni di barili al giorno, dopo essere sceso sotto il milione nel 2025. Facendo i conti sulle cifre disponibili, la produzione attuale è circa il 45% più bassa rispetto al picco storico indicato. Le riforme fiscali introdotte con il decreto presidenziale di fine 2024 puntano a rendere più investibili i blocchi maturi e a stimolare l’esplorazione.

Chevron produce nell’Africa subsahariana circa 300.000 barili di olio equivalente al giorno netti. Rapportati agli attuali 1,1 milioni di barili al giorno dell’Angola, equivalgono a poco più del 27% della produzione angolana: un’indicazione di quanto la compagnia incida sul bacino.

Perché l’infrastruttura cambia i tempi

La differenza dell’Angola rispetto ad altre frontiere africane è la presenza di infrastrutture già operative. Un eventuale collegamento del 105-4X agli impianti del Block 0 ridurrebbe sia la spesa in conto capitale sia i tempi per portare il greggio sul mercato.

Questa scoperta si inserisce in una campagna esplorativa più ampia. Da fine 2024, Chevron ha registrato:

  • tre scoperte near-field in Nigeria;
  • nuovi blocchi offshore nigeriani e interessi in Guinea-Bissau e Equatorial Guinea;
  • un pozzo pianificato in Namibia, il Nabba-1X, entro la fine del 2026.

La notizia arriva anche meno di due settimane dopo la conferma dei risultati di appraisal al pozzo Katambi-2 nel Block 24, segnalata da Sonangol. Per l’Angola, il messaggio è concreto: un’altra scoperta commercialmente valida nel Block 0 può essere agganciata a una rete che già produce, piuttosto che attendere anni di sviluppo in acque profonde.

Fonti

Aramco sposta il greggio fuori Hormuz: Sidi Kerir ai asiatici

Almeno due raffinerie asiatiche hanno chiesto ad Aramco di ritirare i carichi di greggio a Sidi Kerir, porto egiziano sul Mediterraneo, invece che a Yanbu, sul Mar Rosso. La richiesta arriva mentre gli armatori evitano il Bab el-Mandeb e i rischi di interruzione si estendono allo Stretto di Hormuz. Per gli acquirenti il costo logistico può diventare così alto da cancellare l’allocazione mensile.

La rotta alternativa: da Yanbu al Mediterraneo via SUMED

L’alternativa indicata dalle fonti commerciali prevede il trasferimento del greggio da Yanbu al terminale egiziano di Ain Sukhna, sul Mar Rosso, e poi via oleodotto SUMED fino a Sidi Kerir. Da lì le navi devono circumnavigare l’Africa per raggiungere l’Asia, con costi di trasporto più elevati.

Da quando gli Houthi hanno annunciato il blocco delle spedizioni saudite nel Mar Rosso meridionale e a Bab el-Mandeb, Saudi Aramco ha aumentato i volumi shuttle verso Ain Sukhna. Aramco ha inoltre chiesto ad alcuni raffinatori in Corea del Sud e Giappone di ritirare i volumi di settembre a Sidi Kerir. La maggior parte dei raffinatori in Cina, India e Taiwan è stata invece indirizzata a Yanbu.

Terminale petrolifero con serbatoi di stoccaggio greggio sulla costa mediterranea, infrastrutture logistiche industriali
Saudi Aramco devia i carichi di petrolio verso i porti mediterranei per evitare i rischi nello Stretto di Hormuz.

Costi e rinunce: cosa rischiano i raffinatori asiatici

Non tutti gli acquirenti accettano il nuovo punto di carico. Almeno uno dei richiedenti potrebbe rinunciare del tutto all’allocazione mensile perché la rotta mediterranea e africana costa di più.

  • Almeno due raffinerie asiatiche hanno chiesto di ritirare il greggio a Sidi Kerir per settembre 2026.
  • Almeno una di queste potrebbe cancellare l’allocazione a causa dei costi aggiuntivi.
  • Aramco ha chiesto a raffinatori in Corea del Sud e Giappone di spostarsi su Sidi Kerir.
  • La maggior parte dei raffinatori in Cina, India e Taiwan resta su Yanbu.

Nel dato minimo riportato, la potenziale rinuncia è di un richiedente su due: se le richieste alternative sono due e una salta, la quota di volumi non trasformati in carichi effettivi è del 50%. È un segnale che l’alternativa geografica ha un prezzo reale.

Blocco selettivo e doppia strategia di carico

Il blocco degli Houthi non è totale: le navi collegate alla Cina o con equipaggio cinese possono ancora muoversi nel Mar Rosso. Questo spiega, in parte, perché le opzioni di carico non siano uniformi tra gli acquirenti asiatici.

Le fonti non puntano a un solo punto alternativo: Oilprice.com descrive la richiesta di Sidi Kerir, mentre il titolo Bloomberg segnala offerte near Oman. Più che una contraddizione, è un indizio di diversificazione logistica su più fronti: una via mediterranea e una via alternativa nell’area dell’Oman. Per chi importa greggio in Asia, la scelta del punto di carico non è neutrale: accettare Sidi Kerir significa assorbire un costo di trasporto aggiuntivo, mentre restare a Yanbu dipende da bandiera ed equipaggio.

Fonti

Petrolio russo: produzione a 8,95 mln barili/giorno, export in crisi

Il greggio russo sta subendo un calo strutturale. La produzione media è attesa a 8,95 milioni di barili al giorno nel 2026, in discesa a 8,60 milioni nel 2027. Il gap di 350.000 barili al giorno tra i due anni non è un aggiustamento tecnico: misura l'effetto combinato di sanzioni più severe e attacchi a raffinerie, porti e terminali.

La nuova previsione: 8,95 mln b/g nel 2026, 8,60 nel 2027

La previsione, diffusa il 14 agosto 2026 da Rystad Energy, include un taglio di 90.000 barili al giorno rispetto alla stima precedente. La differenza tra 2026 e 2027 è di 350.000 barili al giorno, pari a circa il 3,9% della produzione attesa nel 2026. Il calo riflette le interruzioni nei terminali di esportazione occidentali e un export via mare diventato meno affidabile e più costoso.

Indicatore20262027
Produzione russa di greggio8,95 mln barili/giorno8,60 mln barili/giorno
Capacità di riserva620.000 barili/giorno700.000 barili/giorno

L'output russo ha poco margine per assorbire ulteriori shock: le scorte onshore sono già a livelli che rendono difficili da evitare tagli prolungati. Con un surplus globale atteso nel 2027, il potere negoziale di Mosca verso acquirenti come Cina, India e Turchia si riduce, mentre sconti e costi logistici restano elevati.

Complesso di raffinazione petrolifera con strutture industriali e serbatoi di stoccaggio, simbolo della produzione energetica in contrazione
La produzione petrolifera russa subisce una contrazione strutturale per effetto cumulato di sanzioni più severe e attacchi infrastrutturali.

Crisi di carburante e stop ai terminali del Mar Nero

Le infrastrutture stanno trasformando il calo produttivo in crisi logistica. Il 14 agosto 2026, Bloomberg e Reuters hanno segnalato nuove carenze di carburante in diverse regioni russe, la sospensione dei caricamenti al terminale Sheskharis nel Mar Nero e un incendio al porto energetico di Ust-Luga. La Turchia ha ridotto gli acquisti di greggio russo per le interruzioni delle esportazioni dal Mar Nero.

Questi episodi non sono isolati: interruzioni della stessa portata ora si traducono in tagli di produzione più rapidi e più profondi a livello di giacimento, perché gli operatori non hanno più scorte per compensare i fermi.

La trappola della capacità di riserva

La capacità di riserva russa è stimata a 620.000 barili al giorno nel 2026 e 700.000 nel 2027, ma è una riserva fragile. È legata soprattutto a pozzi maturi ad alto contenuto d'acqua, spenti durante i tagli. Più restano fermi, più aumentano i rischi di interventi costosi, calo di produttività e abbandono permanente.

La produzione russa non sta solo scendendo: sta perdendo la flessibilità per riprendersi. L'erosione della capacità di riserva legata ai pozzi maturi è il dato che peserà oltre il 2027.

Fonti

Hormuz bloccato: le raffinerie asiatiche comprano più greggio USA

Con lo Stretto di Hormuz ancora di fatto chiuso e i prezzi del petrolio avviati a chiudere la settimana in rialzo per l’incertezza sull’offerta, le raffinerie asiatiche stanno spostando gli acquisti di greggio verso gli Stati Uniti. In una sola settimana almeno quattro operatori tra Corea del Sud, Giappone e Taiwan hanno assicurato carichi americani, mentre le raffinerie indiane cercano altri 6 milioni di barili spot.

Le fonti concordano sulla direzione del mercato ma non sulla quantificazione: Oil & Gas 360 titola genericamente di “rialzo settimanale”, mentre OilPrice indica un rialzo settimanale del 4%. Al di là della percentuale, il segnale è una riallocazione strategica delle catene di approvvigionamento: meno dipendenza dal Medio Oriente, più esposizione ai costi logistici del greggio atlantico.

Gli acquisti nord-asiatici: chi compra greggio USA

Le operazioni segnalate venerdì 14 agosto mostrano un ventaglio di gradi e premi molto diversificato. I trader citati da Reuters indicano almeno quattro raffinerie asiatiche attive su carichi statunitensi.

AcquirenteGradoVolumeVenditoreConsegnaPremio
GS CaltexMars2 milioni di bariliShellnovembre13-14 dollari sopra Dubai
EneosWTI2 milioni di bariliTrafiguranovembreoltre 10 dollari sopra WTI ottobre
CPC CorpWTI2 milioni di barilivia tendernon indicata8-9 dollari sopra Dated Brent

Cosmo Energy Holdings ha acquistato Mars da Trafigura, ma il volume non è indicato nelle fonti. È il quarto acquirente nord-asiatico segnalato, ed è proprio la sua presenza a rendere il totale reale superiore alla somma dei soli volumi dichiarati.

L’India cerca altri 6 milioni di barili sul mercato spot

Secondo i documenti di gara citati da Reuters, le raffinerie statali indiane MRPL e HPCL hanno avviato tender spot per un volume combinato di 6 milioni di barili di greggio. La ricerca arriva mentre le consegne a termine sono limitate dalla crisi mediorientale e dal blocco dello Stretto di Hormuz. I volumi indiani si aggiungono ai carichi nord-asiatici di questa settimana.

Raffineria petrolifera moderna con torri di distillazione, impianto di lavorazione del greggio illuminato da luce naturale
I raffinatori asiatici diversificano l'approvvigionamento di petrolio greggio per mitigare i rischi delle rotte critiche.

Quanto pesano i premi sul costo dei carichi

I premi non sono direttamente confrontabili perché legati a benchmark diversi: Dubai, WTI e Dated Brent. Tuttavia, il costo monetario aggiuntivo può essere calcolato sui volumi dichiarati. Eneos paga un sovrapprezzo di almeno 20 milioni di dollari (2 milioni di barili × 10 dollari), GS Caltex tra 26 e 28 milioni (2 × 13-14) e CPC Corp tra 16 e 18 milioni (2 × 8-9).

Facendo il calcolo aggregato: sommando i tre premi minimi si ottengono 20 + 26 + 16 = 62 milioni di dollari; usando i valori alti di GS Caltex e CPC, e fermando Eneos al suo minimo contrattuale di 10 dollari, si arriva a 20 + 28 + 18 = 66 milioni. Poiché il premio di Eneos è indicato come “oltre 10 dollari”, entrambe le cifre vanno lette come soglie minime: il costo reale dei premi è superiore.

Questo extra-costo si collega a un altro dato presente nelle fonti: mercati dei carburanti rigidi e margini di raffinazione molto elevati. È questo margine che consente alle raffinerie di assorbire premi fino a 14 dollari al barile pur di mantenere gli impianti alimentati. In altri termini, il premio non è soltanto un costo logistico o speculativo: è il prezzo che gli operatori asiatici sono disposti a pagare per evitare il rischio di fermare le lavorazioni nel punto più fragile del commercio petrolifero mondiale.

Sommando i tre carichi con volumi noti si ottengono 6 milioni di barili. Aggiungendo la ricerca indiana da 6 milioni, il fabbisogno alternativo riportato nelle fonti sale ad almeno 12 milioni di barili. Poiché le fonti parlano di “almeno quattro” acquirenti nord-asiatici e il carico Mars di Cosmo Energy Holdings è segnalato senza volume, il dato dei 12 milioni è un minimo conservativo: il totale effettivo è più alto.

Il blocco di Hormuz non sta solo sostenendo i prezzi: sta ridisegnando la geografia degli approvvigionamenti. Accettare premi elevati per il greggio statunitense è il costo che le raffinerie asiatiche pagano per ridurre il rischio di restare senza barili nel punto più fragile del commercio petrolifero mondiale.

Fonti