Attacco drone ferma il terminal CPC del Mar Nero: stop all’export di greggio kazako

Per la seconda volta in meno di 24 ore un drone ha colpito una petroliera in fase di caricamento al terminale del Caspian Pipeline Consortium (CPC) sul Mar Nero, costringendo il consorzio a sospendere le esportazioni. Il greggio kazako – circa l’1% della fornitura globale – resta bloccato in un momento in cui le quotazioni del Brent si muovono già sotto la pressione di interruzioni multiple sulle rotte marittime.

Un attacco in due fasi blocca il terminale di Novorossiysk

Lunedì 20 luglio 2026 un drone ha centrato la petroliera NELSA mentre caricava greggio al Single Point Mooring 1 (SPM-1) del terminale CPC, vicino a Novorossiysk. L’impatto ha raggiunto la sezione poppiera di dritta della nave, innescando un incendio sul ponte e nei compartimenti tra la zona alloggi e la sala macchine. Le squadre di emergenza hanno spento le fiamme nel giro di alcune ore; la petroliera è rimasta a galla e non si registrano sversamenti di petrolio.

L’incidente arriva dopo l’attacco di domenica 19 luglio, quando un primo drone aveva già costretto il consorzio a interrompere le operazioni di caricamento. Le attività erano riprese in serata, per essere nuovamente sospese con il colpo di lunedì. Al momento in cui scriviamo, nessun orario è stato comunicato per la ripresa dei carichi.

Cosa trasporta il gasdotto CPC e perché conta

Il sistema CPC è un’infrastruttura da 1.511 chilometri che collega i giacimenti kazaki del Caspio – Tengiz, Kashagan e Karachaganak – al terminale di esportazione sul Mar Nero. Qui confluisce più di due terzi del greggio esportato dal Kazakistan, insieme a volumi prodotti da compagnie russe nella regione del Caspio.

Terminale d'esportazione del Caspian Pipeline Consortium sul Mar Nero con serbatoi di stoccaggio e una petroliera alla banchina di carico, greggio kazako
Il terminale CPC di Novorossiysk sul Mar Nero ha sospeso le esportazioni di greggio kazako dopo il doppio attacco con drone.

La proprietà del consorzio è internazionale: tra gli azionisti figurano Chevron, ExxonMobil, KazMunayGas, Lukoil, Rosneft, Shell ed Eni. Chevron, interpellata sulla vicenda, ha dichiarato di essere al corrente delle segnalazioni relative a una nave che caricava greggio di Tengiz al terminale CPC, senza aggiungere altri commenti.

Le reazioni ufficiali e il nodo sicurezza

Il Ministero degli Esteri e il Ministero dell’Energia del Kazakistan hanno condannato entrambi gli attacchi, definendoli «attacchi terroristici contro infrastrutture marittime civili e gli interessi economici del Kazakistan». Né il consorzio né le autorità kazake hanno identificato i responsabili del raid di lunedì.

L’episodio allunga la lista di interruzioni subite dal CPC dall’inizio del conflitto. Finora il consorzio è sempre riuscito a ripristinare le operazioni nel giro di pochi giorni, ma la frequenza degli attacchi sta trasformando quello che era un rischio occasionale in un fattore strutturale per la logistica petrolifera del Mar Nero.

Analisi: un altro tassello nella mappa dell’offerta globale sotto stress

L’arresto del terminale CPC toglie dal mercato una quota di greggio che, considerando l’1% di supply globale, equivale a circa 1 milione di barili al giorno. Non è un volume in grado di far deragliare da solo l’equilibrio mondiale, ma si somma alle restrizioni già in corso sulle rotte mediorientali e del Mar Rosso.

Il pattern che emerge è quello di un’offerta segmentata e fragile: ogni interruzione, anche temporanea, trova oggi un mercato con meno cuscinetti di capacità inutilizzata e premi al rischio più elevati sui contratti a termine. Per gli operatori del greggio, la finestra di ripristino del terminale CPC sarà un indicatore chiave della resilienza logistica del corridoio caspico–Mar Nero, mentre le quotazioni del Brent continueranno a scontare non solo i volumi fermi, ma anche la probabilità che il prossimo attacco arrivi prima della prossima riparazione.

Fonti

Stretto di Hormuz: petroliere e GNL in fuga dopo gli attacchi iraniani

La riapertura dello Stretto di Hormuz è durata meno di un mese. Con la ripresa delle ostilità e l'intercettazione di quattro navi da parte dei Guardiani della Rivoluzione iraniani, il traffico di greggio e gas naturale liquefatto è tornato a livelli minimi, riaccendendo lo spettro di una crisi energetica globale in piena estate. Il segnale più allarmante arriva dalle metaniere: negli ultimi tre giorni nessuna nave carica di GNL ha attraversato lo stretto, un dettaglio che sposta il baricentro della crisi dal petrolio al gas, proprio mentre l'Europa inizia a guardare alla stagione di riscaldamento.

Il "dark mode" e la paralisi del traffico

La paura tra gli armatori è tale che anche le navi che tentano il transito lo fanno a transponder spenti, nella cosiddetta modalità "dark". La petroliera Kavomaleas, una nave cisterna per prodotti petroliferi battente bandiera maltese e gestita da armatori greci, ha interrotto il suo viaggio in entrata nel Golfo Persico domenica 19 luglio e si trova ora all'ancora al largo della penisola di Musandam, in Oman. La nave era stata noleggiata per caricare greggio all'interno del Golfo, ma il suo sistema di identificazione automatica (AIS) è stato spento durante la tratta in avvicinamento.

Il crollo dei transiti non è una sorpresa tattica, ma una conseguenza diretta dell'azione iraniana. Verso la fine della scorsa settimana, la Marina del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica ha annunciato di aver intercettato quattro navi che tentavano di attraversare lo Stretto di Hormuz. Due di queste, ha comunicato la forza militare, "sono state coinvolte in incidenti e fermate sul posto". Il messaggio per il mercato è inequivocabile: forzare il blocco comporta rischi fisici immediati, non solo commerciali.

Lunedì 20 luglio, il United Kingdom Maritime Trade Operations (UKMTO) ha segnalato un nuovo incidente 8 miglia nautiche a nord-ovest di Kumzar, in Oman, proprio all'imbocco dello stretto. Un rapporto verificato indica una nave in fiamme, anche se la causa dell'incendio non è stata ancora accertata. L'UKMTO ha invitato tutte le navi in transito alla massima cautela.

GNL: un mercato che si ferma mentre i prezzi esplodono

I dati di tracciamento LSEG citati da Reuters mostrano che da venerdì 17 luglio solo quattro navi cisterna sono entrate nello Stretto di Hormuz per caricare nel Golfo. Tra queste, nessuna metaniera: tre erano probabilmente navi per prodotti petroliferi e una era una Very Large Crude Carrier. L'export di gas liquefatto attraverso Hormuz appare completamente congelato.

Petroliere e metaniere ferme nello Stretto di Hormuz, traffico di greggio bloccato dopo gli attacchi iraniani
Lo Stretto di Hormuz torna un collo di bottiglia energetico mondiale: bloccato il traffico di petroliere e metaniere dopo gli attacchi iraniani.

Sul fronte dei prezzi, l'impatto è già misurabile:

  • Il benchmark regionale del GNL in Asia ha guadagnato il 25% nelle ultime quattro settimane
  • Il Japan-Korea Marker (JKM) ha registrato un'impennata del 60% su base annua
  • Nella sola settimana fino al 16 luglio, i prezzi spot asiatici del GNL sono saliti del 10%
  • Il 16 luglio il prezzo spot ha toccato i 20,2 dollari per milione di BTU, un livello che non si vedeva da marzo 2026

Gli analisti di ING, Warren Patterson ed Ewa Manthey, hanno evidenziato in una nota di oggi un'asimmetria cruciale tra greggio e gas: "Il rimbalzo del traffico navale dopo il memorandum d'intesa ha reso chiaro che i flussi di GNL sono rimasti indietro nella ripresa". E hanno aggiunto un avvertimento che guarda già all'autunno: "Se questa nuova escalation segue lo stesso schema, qualsiasi futura risoluzione potrebbe portare di nuovo a una lenta ripresa del GNL, lasciando il mercato esposto mentre ci avviciniamo alla stagione del riscaldamento". L'Europa, in questo scenario, è indicata come l'area più vulnerabile.

L'ingorgo galleggiante e il precedente che spaventa i mercati

L'arresto dei transiti sta già producendo un fenomeno noto agli analisti delle crisi mediorientali: lo stoccaggio galleggiante forzato. Le navi in attesa di entrare nel Golfo restano alla fonda, immobilizzando capacità di trasporto e creando un collo di bottiglia che si trasmette a valle su tutta la catena logistica. È un meccanismo che abbiamo già osservato durante il blocco navale annunciato dall'amministrazione Trump il 13 luglio, quando i transiti crollarono del 67% in un solo giorno, passando da 13 a 7.

Il punto critico, oggi come allora, è l'assenza di alternative praticabili per il GNL qatariota, che rappresenta una quota significativa dell'approvvigionamento asiatico ed europeo. A differenza del greggio, che può contare su rotte alternative e su una maggiore flessibilità logistica, il gas liquefatto ha infrastrutture di esportazione concentrate e tempi di reindirizzamento più lunghi.

Analisi proprietaria. Se incrociamo i due dati chiave di questa settimana — quattro navi entrate nello stretto e zero metaniere tra queste — emerge un rapporto di 0 a 4 che non si spiega solo con la generica paura del transito. Il greggio, pur con difficoltà, cerca ancora un varco; il GNL lo ha già chiuso del tutto. La causa va cercata nel profilo di rischio specifico di una metaniera: un'unità che trasporta gas liquefatto a -162°C è un bersaglio che nessun armatore e nessun assicuratore vuole esporre a un incendio o a un abbordaggio in acque contese. La conseguenza è che il mercato del gas si sta scollegando da quello del petrolio proprio nel momento di massima tensione geopolitica, con i prezzi asiatici del GNL che corrono più veloci del Brent. Se il blocco dovesse durare fino a settembre, il differenziale di prezzo tra i due idrocarburi potrebbe allargarsi ulteriormente, penalizzando i grandi importatori asiatici come Giappone, Corea del Sud e Cina — che già stanno cercando contratti a lungo termine al di fuori del corridoio di Hormuz.

Fonti

Stretto di Hormuz: transiti crollati del 67%, il controllo de facto è iraniano

Dopo il ripristino del blocco navale statunitense, il traffico attraverso lo Stretto di Hormuz è imploso a 7 navi in un solo giorno. Ma il dato più rivelatore è un altro: le compagnie di navigazione stanno rifiutando in massa la rotta scortata dagli USA, chiedendo invece permessi di transito direttamente a Teheran. Il fallimento del corridoio omanita ridisegna gli equilibri di potere nel Golfo Persico: non è Washington a dettare le regole, ma l'Iran.

Il blocco di Trump e la tassa del 20%: un annuncio senza controllo operativo

Il presidente Donald Trump ha ripristinato il blocco navale contro i porti iraniani il 13 luglio 2026, dichiarando su Truth: «Da questo momento in poi gli Stati Uniti saranno custodi dello Stretto di Hormuz e in questa veste e per ragioni di equità saranno rimborsati con un'aliquota del 20% su tutte le merci trasportate».

L'ordine esecutivo, entrato in vigore dopo le 24 ore di preavviso legale richieste, ha prodotto l'effetto opposto a quello annunciato. Secondo i dati della piattaforma Kpler, il primo giorno di blocco ha registrato appena 7 transiti, contro i 13 del giorno precedente. Il 14 luglio, prima dell'entrata in vigore, Kpler aveva monitorato 21 attraversamenti, tutti concentrati sulla rotta approvata dall'Iran.

Nessuna nave ha utilizzato il corridoio omanita scortato dalle forze americane.

Perché gli armatori rifiutano la protezione USA

«La costante capacità dell'Iran di colpire le navi lungo la rotta omanita dimostra che la soluzione proposta dall'amministrazione Trump per garantire il transito difficilmente potrà funzionare», ha spiegato Torbjorn Solvedt, analista capo per l'Asia occidentale presso Verisk Maplecroft.

Stretto di Hormuz con navi portacontainer e petroliere in transito tra le coste aride, crollo dei traffici marittimi
Il crollo dei transiti nello Stretto di Hormuz ridisegna gli equilibri di potere nel Golfo Persico.

Il bilancio degli attacchi al largo dell'Oman è salito a 56 incidenti con 17 marinai morti, tutti verificatisi su imbarcazioni che tentavano di aggirare i canali di navigazione designati da Teheran. Una fonte del settore marittimo, interpellata da Reuters, è stata ancora più esplicita: «Gli Stati Uniti non sembrano avere alcun controllo sulla situazione». La sua azienda ha sospeso completamente i transiti nello Stretto.

L'Iran come autorità di transito: i numeri della PGSA

Nelle tre settimane tra la firma del memorandum d'intesa USA-Iran e la ripresa delle ostilità, oltre 200 navi non iraniane hanno formalmente richiesto a Teheran permessi di transito e coperture assicurative.

L'Autorità dello Stretto del Golfo Persico (PGSA) ha accolto il 79% delle richieste. Le petroliere rappresentavano la quota maggiore (41%), con Cina e India come principali destinazioni. Sono numeri che descrivono un sistema parallelo di governance marittima, completamente esterno al controllo statunitense.

Il calcolo è semplice: se 7 navi hanno attraversato lo Stretto sotto blocco USA, mentre 21 lo facevano il giorno prima, il collasso è del 67% in 24 ore. Un crollo che non lascia spazio a interpretazioni: il tentativo di Washington di imporre una tassa del 20% sui transiti si scontra con l'impossibilità materiale di garantire la sicurezza del corridoio alternativo.

Cosa significa per la sicurezza energetica globale

Il crollo dei transiti nello Stretto di Hormuz non è un episodio isolato. Si innesta su una crisi energetica già in corso, con un calo consistente dell'offerta mediorientale di petrolio rispetto ai livelli pre-conflitto e un forte rialzo del prezzo del Brent nella giornata del 14 luglio.

Il nodo strategico è chiaro: finché l'Iran manterrà la capacità di colpire le navi lungo la rotta omanita, nessuna tassa unilaterale potrà funzionare. Il controllo dello Stretto si è spostato da chi lo rivendica a parole a chi può effettivamente interdirlo.

Fonti

Droni ucraini contro le raffinerie russe: il diesel globale paga il conto

La campagna di attacchi ucraini ha demolito la capacità di raffinazione russa, tagliando la lavorazione di greggio di 1,4 milioni di barili al giorno e facendo scivolare i volumi ai minimi da ventun anni. Il risultato è un doppio schock: benzina e diesel spariscono dal mercato interno russo, mentre le quotazioni internazionali del gasolio si impennano perché gli acquirenti globali devono cercare alternative in fretta.

Lavorazione del greggio ai minimi dal 2005: numeri e impianti colpiti

All’inizio di luglio 2026 le raffinerie russe hanno processato in media 3,91 milioni di barili al giorno, il dato mensile più basso dal marzo 2005. Sono state colpite 24 delle 34 grandi raffinerie del paese in circa 50 attacchi concentrati negli ultimi cento giorni. L’ultimo santuario geografico è caduto il 6 luglio, quando i droni hanno raggiunto il complesso di Omsk, a oltre 2.000 chilometri dal fronte, danneggiando due unità di distillazione primaria tra cui l’ELOU-AVT-11, capace di trattare 8,4 milioni di tonnellate di greggio e 1,2 milioni di tonnellate di condensato l’anno.

La sequenza degli attacchi racconta una strategia di logoramento: impianti come Norsi, Syzran e la raffineria di Mosca sono stati colpiti più volte prima che gli operatori potessero completare le riparazioni. Nella notte del 14 luglio i droni hanno centrato la raffineria di Afipsky, nel Krasnodar, e il complesso petrolchimico Gazprom Neftekhim Salavat in Bashkortostan, mentre altre 11 imbarcazioni venivano danneggiate nel Mar d’Azov, allungando l’interferenza sulle rotte logistiche attraverso lo stretto di Kerch e il canale Volga-Don.

Raffineria petrolifera con colonne di distillazione sotto un cielo azzurro limpido, produzione di diesel in crisi per gli attacchi in Russia
Gli attacchi dei droni alle raffinerie russe tagliano la produzione globale di diesel e fanno impennare i prezzi dei carburanti.

Cosa dicono gli scambi sulla borsa di San Pietroburgo

Con i dati ufficiali oscurati da Mosca, la fotografia più nitida della penuria arriva dalla Borsa Merci di San Pietroburgo. Tra gennaio e marzo le vendite giornaliere di benzina e diesel oscillavano tra 118.000 e 150.000 tonnellate. Ad aprile il volume è sceso a 104.000 tonnellate, a maggio a 106.000, per crollare a 80.300 tonnellate a giugno: un calo del 38% rispetto a giugno 2025. I prezzi medi ponderati, nello stesso confronto annuale, sono schizzati del 37%.

La forbice tra domanda interna e capacità di offerta ha spinto il governo a vietare l’export di benzina, jet fuel e diesel e ad avviare acquisti di emergenza sul mercato indiano. Il blocco delle esportazioni, tuttavia, non risolve la contrazione fisica del prodotto disponibile: le unità di distillazione danneggiate richiedono mesi per tornare operative anche in condizioni normali, e i raid ripetuti trasformano ogni riparazione in un obiettivo mobile.

Il riflesso sui mercati globali: margini di raffinazione in tensione

La scomparsa del diesel russo dai traffici internazionali sta comprimendo un mercato già provato dalla riduzione dell’offerta mediorientale. I margini di raffinazione sono saliti mentre gli importatori si contendono carichi alternativi provenienti da Stati Uniti, India e Medio Oriente. Il rialzo non è solo speculativo: la domanda di gasolio per trasporti e industria resta rigida, e ogni milione di barili di capacità di raffinazione che esce dal circuito si traduce in prezzi al consumo più alti, con effetto immediato su filiere che vanno dalla logistica all’agricoltura.

Analisi: perché il danno è strutturale e non temporaneo

Consideriamo il rapporto tra impianti colpiti e base installata: 24 raffinerie su 34 significa che oltre il 70% dei grandi siti di raffinazione russi ha subito almeno un attacco. Se incrociamo questo dato con il calo di lavorazione di 1,4 milioni di barili al giorno rispetto alla media 2025 e con il tonfo del 38% dei volumi scambiati a San Pietroburgo, emerge una traiettoria di progressiva erosione della capacità downstream, non un semplice incidente di percorso. La scelta di Mosca di rivolgersi all’India per la benzina – un paese che a sua volta dipende dal greggio russo per i propri impianti – segnala una strozzatura che non si risolve con un divieto temporaneo di export né con la sostituzione di qualche carico spot. Per gli operatori diesel, il segnale è che la volatilità dei prezzi resterà elevata finché la capacità di raffinazione russa non tornerà stabilmente sopra la soglia dei 4,5-5 milioni di barili al giorno, un traguardo che gli attacchi rendono incerto.

Fonti

Dazi nel pacchetto sanzioni USA alla Russia: la mossa che può amplificare la crisi energetica globale

L’ipotesi di inserire dazi nel nuovo disegno di legge statunitense sulle sanzioni alla Russia sta sollevando allarme sui mercati energetici, in un momento in cui le infrastrutture petrolifere russe sono sotto attacco sistematico e lo Stretto di Hormuz è praticamente paralizzato. La combinazione rischia di aggiungere pressione inflazionistica su greggio e prodotti raffinati proprio mentre l’offerta globale è già strozzata su due fronti.

Cosa prevede il disegno di legge

I dettagli del testo non sono ancora pubblici, ma le preoccupazioni – secondo le prime ricostruzioni di stampa – si concentrano sull’eventuale introduzione di tariffe come strumento sanzionatorio aggiuntivo. Un meccanismo di questo tipo colpirebbe i flussi commerciali residui e potrebbe innescare ritorsioni sui mercati delle materie prime, in uno scenario già segnato da interruzioni fisiche dell’offerta.

Un sistema energetico sotto stress su più fronti

Il contesto in cui si inserisce la discussione sui dazi è critico. La Russia sta coprendo soltanto il 65% del fabbisogno interno di benzina a causa degli attacchi ucraini alle raffinerie, e in Crimea è stato dichiarato lo stato d’emergenza per carenze severe di carburante. Mosca ha già vietato temporaneamente l’esportazione di diesel.

Raffineria petrolifera con petroliera in attesa al largo, infrastrutture energetiche sotto pressione per le sanzioni USA alla Russia
Le sanzioni USA alla Russia con l'inserimento di dazi potrebbero aggravare la crisi energetica, mentre l'offerta di greggio è già strozzata su più fronti.

Sul fronte mediorientale, il traffico nello Stretto di Hormuz è crollato: tra il 10 e il 12 luglio 2026 sono transitate solo 19 navi, con un minimo di 9 passaggi in 12 ore il 12 luglio. Prima del conflitto lo stretto smaltiva tra 125 e 140 transiti al giorno. Donald Trump ha annunciato un blocco navale con tariffa del 20% sul valore del carico, mentre droni ucraini hanno colpito nella notte del 15 luglio 20 imbarcazioni nel Mar Nero, tra cui 17 petroliere.

Il Brent ha chiuso il 13 luglio a 83,54 dollari al barile con un rialzo del 10,76% in un solo giorno, dopo aver già guadagnato il 6% la settimana precedente.

L’effetto compounding dei dazi

Il punto non è solo il contenuto specifico del disegno di legge, ma il momento in cui arriva. Con l’offerta mediorientale già calata di circa 6 milioni di barili al giorno rispetto ai livelli pre-conflitto e la capacità di raffinazione russa compromessa, qualsiasi barriera tariffaria rischia di funzionare da amplificatore: meno petrolio disponibile a condizioni economiche peggiori per chiunque non abbia accesso a corridoi di approvvigionamento garantiti.

La finestra è stretta. Lo Stretto di Hormuz è di fatto semi-bloccato e il Mar Nero è teatro di attacchi quotidiani alle petroliere. Inserire un ulteriore strato di costi via dazi significa accettare che il prezzo del greggio possa restare su livelli elevati più a lungo di quanto i governi occidentali siano disposti a tollerare.

Guerra del petrolio: droni ucraini colpiscono 20 petroliere nel Mar Nero

Dopo aver messo fuori uso oltre 116 navi della flotta fantasma russa nel Mar d’Azov, l’Ucraina ha esteso la sua offensiva navale al Mar Nero, colpendo con droni 20 imbarcazioni nella notte del 15 luglio. L’operazione, confermata dal comandante delle forze senza pilota Robert Brovdi, segna un salto di scala nella campagna di Kiev per strangolare le esportazioni di greggio di Mosca proprio mentre la Russia è già alle prese con una crisi interna dei carburanti. Il messaggio è esplicito: dopo il Mar d’Azov, neppure le rotte meridionali del petrolio russo sono al sicuro.

La notte del 15 luglio: 17 petroliere, 2 gasiere e un rimorchiatore

L’attacco ha preso di mira 17 petroliere, 2 gasiere e un rimorchiatore che operavano nel Mar Nero, via cruciale per il greggio e i prodotti raffinati in partenza dai porti russi meridionali. Brovdi ha annunciato i numeri su Telegram nelle prime ore del mattino, precisando che un rapporto ufficiale con prove video sarebbe stato diffuso in giornata.

I 20 bersagli della notte portano a oltre 136 le unità colpite da quando, all’inizio di luglio, le forze ucraine hanno cominciato a prendere di mira sistematicamente le navi sospettate di trasportare petrolio, grano sottratto all’Ucraina o rifornimenti diretti alle truppe russe. La sola notte del 14 luglio, secondo fonti militari ucraine, erano state centrate 15 imbarcazioni, mentre il 13 luglio il bilancio era di altre 15 navi distrutte, tra cui 7 petroliere, 5 cargo, un traghetto e 2 rimorchiatori.

«Il primo round è finito. Ora il Mar Nero»

La frase di Brovdi è tanto sintetica quanto carica di conseguenze: «The first round of the naval battle is over» («Il primo round della battaglia navale è finito»), ha scritto riferendosi alle settimane di attacchi nel Mar d’Azov, e poi ha aggiunto: «Now, the Black Sea» («Ora, il Mar Nero»). L’ufficiale ucraino ha così tracciato una linea netta fra la fase iniziale, che ha preso di mira i collegamenti marittimi con la Crimea e i porti del Don, e quella attuale, che punta a colpire direttamente le arterie di esportazione del greggio russo verso i mercati globali.

La strategia ucraina è duplice: da un lato si colpiscono le raffinerie in profondità nel territorio russo – durante la stessa notte un drone ha incendiato l’impianto di Afipsky nella regione di Krasnodar e un altro ha raggiunto un’area industriale a Salavat, nel Bashkortostan – dall’altro si attaccano le navi che movimentano il petrolio. L’obiettivo è prosciugare i ricavi con cui Mosca finanzia la guerra.

Grandi petroliere in navigazione nel Mar Nero viste dall'alto, guerra del petrolio e commercio marittimo
L'offensiva ucraina con droni nel Mar Nero colpisce le petroliere russe, bloccando le esportazioni di greggio.

La risposta russa: rotte alternative e stato d’emergenza in Crimea

La pressione ucraina sta già costringendo Mosca a rivedere la propria logistica. Il Ministero dell’Agricoltura russo ha dichiarato che si stanno predisponendo «rotte marittime alternative» e che le merci potrebbero essere dirottate «verso altri modi di trasporto», pur assicurando che la situazione nel Mar d’Azov non intaccherà le forniture interne o la capacità di esportazione. La dichiarazione, rilasciata il 14 luglio, è il riconoscimento ufficiale che la via del Mar d’Azov è diventata troppo rischiosa per le spedizioni commerciali.

Nel frattempo, in Crimea è stato dichiarato lo stato d’emergenza a causa delle gravi carenze di carburante provocate dagli attacchi alle infrastrutture energetiche e ai convogli di rifornimento. Le forze di Mosca hanno risposto intensificando i raid sulle infrastrutture portuali ucraine: un attacco russo nei pressi di Odessa ha colpito una nave civile, con un bilancio di vittime ancora oggetto di divergenza tra fonti.

Un’escalation che cambia l’equazione energetica

I numeri raccolti dalle diverse fonti danno la misura dell’accelerazione. Tra il 6 e il 13 luglio risultavano già colpite 105 navi, ma il totale ha raggiunto 116 unità in nove giorni e continua a salire. Parallelamente, gli attacchi alle raffinerie hanno ridotto la capacità di raffinazione russa: Mosca riesce a coprire solo il 65% del fabbisogno interno di benzina e ha dovuto vietare temporaneamente l’esportazione di diesel.

L’estensione degli attacchi al Mar Nero introduce un fattore di rischio nuovo per i mercati petroliferi globali. Se finora le interruzioni avevano riguardato soprattutto il traffico nello Stretto di Hormuz – crollato da 130 a 19 passaggi giornalieri – ora anche la rotta russa del sud Europa e dell’Asia minore è sotto pressione. Con lo sfondo di un Brent che viaggia sopra gli 85 dollari al barile e una crisi mediorientale che ha già sottratto circa 6 milioni di barili al giorno all’offerta globale, la campagna ucraina aggiunge un ulteriore elemento di tensione a un mercato già fragile.

Il passaggio dal Mar d’Azov al Mar Nero non è un dettaglio geografico: è la scelta deliberata di colpire il cuore delle esportazioni petrolifere russe, e arriva nel momento in cui Mosca ha meno margini per assorbire altre perdite logistiche.

Fonti

Stretto di Hormuz: crollo del traffico navale a 9 navi dopo gli attacchi USA-Iran

Il traffico commerciale nello Stretto di Hormuz è collassato a livelli mai registrati dall'inizio del conflitto: solo 57 attraversamenti in tre giorni tra il 10 e il 12 luglio 2026, con una media giornaliera di appena 19 navi contro le 38 del periodo precedente. Il dato peggiore è arrivato domenica 12 luglio, quando in 12 ore sono state contate soltanto 9 navi in transito. Lo Stretto che in tempo di pace smaltiva circa 130 passaggi al giorno è diventato un collo di bottiglia strangolato dalla guerra, con effetti immediati sul prezzo del petrolio: il Brent ha chiuso la seduta del 13 luglio a 83,54 dollari al barile, un balzo del 10,76% in un solo giorno.

Il paradosso è che gli Stati Uniti, entrati nel conflitto come "garanti della sicurezza" nella via d'acqua più strategica del pianeta, si trovano oggi a gestire una situazione in cui il transito è di fatto sotto il controllo iraniano. Tutti i 57 attraversamenti registrati tra il 10 e il 12 luglio sono avvenuti nel canale iraniano: il canale meridionale omanita, quello che avrebbe dovuto garantire un passaggio sicuro al di fuori delle acque territoriali di Teheran, è bloccato con efficacia.

Il blocco navale di Trump e la risposta dell'Iran

Il presidente americano Donald Trump ha notificato al Congresso un'azione militare rinnovata contro l'Iran, annunciando un blocco navale e una tariffa del 20% sul valore del carico per ogni nave in transito. Una misura presentata come strumento di pressione economica che ha immediatamente scatenato reazioni a catena tra operatori marittimi e mercati.

Poche ore dopo, il tycoon ha corretto la rotta con un messaggio su Truth Social in cui sosteneva che «il petrolio scorre come mai prima d'ora, grazie alla straordinaria potenza delle Forze Armate degli Stati Uniti» e che lo Stretto sarebbe rimasto aperto a tutto il traffico tranne a quello iraniano. La tariffa del 20% veniva sostituita da accordi commerciali con gli Stati del Golfo.

I numeri raccontano una realtà opposta. Il Brent è schizzato a 85 dollari al barile dopo l'annuncio del blocco, con un rialzo del 2,8%, mentre il WTI veniva scambiato a circa 80 dollari. Sul fronte militare, il Comando Centrale USA ha lanciato una terza ondata di attacchi contro obiettivi iraniani sulle isole di Kish, Qeshm e Bumusi, oltre che nella città portuale di Bandar Abbas.

La risposta del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) è stata immediata e su larga scala: basi americane colpite in Giordania, Bahrein e Kuwait. Alla base aerea di King Faisal sono arrivati quattro missili balistici con impatto diretto; a Sheikh Isa, in Bahrein, sono stati distrutti hangar di manutenzione e un centro di comando droni; in Kuwait due piattaforme HIMARS sono state incendiate insieme a depositi di munizioni.

Rob Geist Pinfold, ricercatore del King's College di Londra, ha descritto la minaccia americana di imporre pedaggi come «davvero indicativa di come gli Stati Uniti siano entrati in questo conflitto senza una strategia coerente o chiara». E ha aggiunto: «vediamo gli Stati Uniti brancolare nel buio e arrivare a dichiarazioni francamente strane e illogiche da parte del presidente Trump».

Le petroliere sacrificate e il fronte diplomatico

Due superpetroliere emiratine — la Mombasa e la Bahia — sono state colpite da missili da crociera nella parte meridionale dello Stretto, in acque territoriali omanite. Un membro dell'equipaggio della Mombasa, un cittadino indiano, è rimasto ucciso; altri otto sono rimasti feriti, quattro in modo grave.

Stretto di Hormuz quasi deserto con una sola petroliera in navigazione, traffico navale ridotto ai minimi per la crisi nel Golfo
Lo Stretto di Hormuz si svuota: appena 9 navi in transito in 12 ore, il dato più basso dall'inizio del conflitto tra Stati Uniti e Iran.

Le Guardie Rivoluzionarie hanno confermato gli attacchi sostenendo che gli equipaggi erano stati indotti dagli americani a spegnere i transponder e a ignorare gli ordini della marina iraniana, con la garanzia di un passaggio sicuro che si è rivelata impossibile da mantenere. Almeno cinque navi sono state rese inutilizzabili dagli attacchi dell'IRGC in questa fase del conflitto.

Sul versante diplomatico, il ministro degli Esteri dell'Oman Badr bin Hamad Al Busaidi ha parlato senza giri di parole: «Questa guerra non ha raggiunto nessuno degli obiettivi ufficialmente assegnati», aggiungendo che «le minacce più gravi per la regione non provengono da Teheran, bensì da Tel Aviv».

A rendere ancora più instabile il quadro, Trump ha evocato un possibile attacco al sito di Monte Kirk, sospettato di ospitare un impianto nucleare iraniano mai ispezionato dall'AIEA: «È un potenziale obiettivo per un attacco potente, di grande portata e significativo proprio all'ingresso. E penso che forse lo vedrete».

Il nodo del canale meridionale e l'analisi del traffico

Il dettaglio più rivelatore del tracollo logistico è la geografia del transito residuo. I rapporti dell'UKMTO confermano che le forze statunitensi hanno tentato senza successo di scortare tre gruppi di petroliere attraverso il canale meridionale. Il fatto che praticamente tutti gli attraversamenti siano avvenuti nel canale iraniano segnala che Teheran è riuscita a imporre un controllo de facto sulla via d'acqua, esattamente la dinamica che Washington voleva impedire.

Il confronto tra i numeri pre-conflitto e quelli attuali dà la misura del collasso: da 130 passaggi giornalieri prima del febbraio 2026 a soli 19 nei giorni tra il 10 e il 12 luglio. In termini percentuali, il traffico è sceso dell'85% rispetto ai livelli pre-bellici, considerando che i 57 attraversamenti in tre giorni equivalgono a circa un settimo del volume normale.

La zona di supporto del Brent tra 71 e 73 dollari, toccata all'inizio di luglio, ha retto e ha costruito una base da cui è partito il rimbalzo. L'RSI giornaliero è uscito al rialzo portandosi intorno a 55, sopra la linea neutra di 50. La prossima barriera tecnica è tra 90 e 92 dollari: una chiusura sopra quella fascia ristabilirebbe la visione rialzista di inizio anno e confermerebbe il fallimento del precedente breakdown.

L'impatto sui mercati azionari è già visibile: le azioni giapponesi hanno perso 82.000 miliardi di yen in tre settimane e il Nikkei 225 ha ceduto un ulteriore 2% il 13 luglio. Il petrolio resta l'unico asset a beneficiare della rivalutazione del rischio geopolitico, mentre le azioni sudcoreane prolungano il calo trainato dai titoli tecnologici.

Finché l'Iran manterrà conteso il canale meridionale e le compagnie di navigazione continueranno a evitare la zona per paura di escalation, lo Stretto di Hormuz rischia di restare strutturalmente inagibile per i volumi che servono all'economia globale — indipendentemente da quanto Trump proclami di star vincendo.

Fonti

Stretto di Hormuz: segnalazioni di petroliere iraniane in movimento per eludere il blocco USA

Secondo fonti di stampa, l’Iran starebbe muovendo petroliere attraverso lo Stretto di Hormuz per anticipare un eventuale blocco navale statunitense, prima che le minacce dell’amministrazione Trump si concretizzino. Le navi, ritenute collegate a Teheran, cercherebbero di mettere al sicuro le esportazioni di greggio mentre la pressione militare cresce. La manovra, se confermata, alzerebbe il rischio di uno scontro diretto nella strozzatura da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale.

Una crisi già esplosa a inizio luglio

Il presunto passaggio clandestino si innesta su una tensione altissima. Come avevamo riportato basandoci su notizie non ancora verificate, dopo gli attacchi attribuiti all’Iran a tre navi cisterna tra l’8 e il 9 luglio i transiti nello Stretto si sarebbero quasi azzerati. Prima del conflitto – secondo i report di stampa non accessibili per un riscontro diretto – la via d’acqua smaltiva tra 125 e 140 passaggi al giorno. Ora, secondo le ricostruzioni, Teheran tenterebbe di forzare un blocco preventivo, moltiplicando il pericolo di incidenti o di un confronto diretto con le forze navali americane.

Stretto di Hormuz con petroliere in transito, stretto strategico del petrolio mondiale tra Iran e penisola arabica
Lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale, è al centro delle crescenti tensioni tra Iran e Stati Uniti.

Il mercato petrolifero in allerta

La prospettiva di un’interruzione forzata dei flussi iraniani aggrava un mercato già sotto pressione. In base ai report non verificati, la scorsa settimana il Brent avrebbe raggiunto i 76 dollari al barile, con un rialzo del 6%, mentre il WTI viaggiava sopra i 72 dollari. Secondo stime diffuse ma non confermate, l’offerta mediorientale sarebbe già calata di circa 6 milioni di barili al giorno rispetto ai livelli pre-conflitto: ogni nuova minaccia alla navigazione rischia di far schizzare ulteriormente i prezzi.

Un calcolo ad alto rischio

Far transitare le petroliere prima che scatti il blocco costringerebbe Washington a reagire o a tollerare la sfida. Secondo le fonti non verificate, le navi iraniane si muoverebbero con discrezione, sfruttando l’incertezza sui tempi dell’operazione americana. Non sono disponibili cifre ufficiali sul numero di unità coinvolte, ma la volontà di Teheran di mantenere aperto l’export a ogni costo indica che lo Stretto di Hormuz è oggi il fronte più caldo della crisi.

Le informazioni di questo articolo si basano su notizie di Reuters e Bloomberg i cui contenuti non sono stati verificati dalla redazione.

Offensiva ucraina nel cuore del petrolio russo: tre raffinerie colpite, benzina al 65% della domanda

L’Ucraina ha messo a segno nella notte tra il 9 e il 10 luglio 2026 una delle operazioni più devastanti contro l’infrastruttura energetica russa dall’inizio del conflitto. Droni e forze speciali di Kiev hanno colpito simultaneamente tre raffinerie, stazioni di pompaggio degli oleodotti e almeno nove petroliere nel Mar d’Azov. Il risultato immediato è una crisi logistica che, secondo fonti del settore, ha già costretto la Russia a coprire solo il 65% della domanda interna di benzina, con code alle stazioni di servizio e razionamenti in diverse regioni. La campagna ucraina di logoramento energetico, estesa ormai fino agli Urali e alla Siberia, mostra una capacità di penetrazione senza precedenti.

Gli impianti colpiti: Saratov, TANECO e TAIF-NK nel mirino

La raffineria di Saratov, una delle più grandi e antiche della Russia, è stata raggiunta da droni ucraini e ha subito danni che il governatore locale Roman Busargin ha attribuito a «siti industriali civili». Una persona è morta e diverse sono rimaste ferite. L’impianto, già bersagliato in passato, ha sospeso le operazioni.

Contemporaneamente, le forze ucraine hanno colpito gli stabilimenti TANECO e TAIF-NK a Nizhnekamsk, nella Repubblica del Tatarstan, a circa 1.400 chilometri dal territorio controllato da Kiev. TANECO, che nel 2024 ha processato 17 milioni di tonnellate di greggio, è dotata di unità di idrocracking, cracking catalitico e cokizzazione ritardata, il che la rende uno degli impianti tecnologicamente più avanzati del Paese. TAIF-NK, nello stesso anno, ha lavorato 6,6 milioni di tonnellate, equivalenti a 132.000 barili al giorno.

Un altro attacco ha raggiunto una stazione di pompaggio di prodotti petroliferi nel Bashkortostan, a 1.450 chilometri dal fronte. L’infrastruttura, parte del sistema Transneft-Ural, ha una capacità annua di 2 milioni di tonnellate.

La caccia alle petroliere e la strategia marittima

Nel Mar d’Azov, Kiev ha rivendicato di aver colpito nove petroliere nella sola notte del 9 luglio. Il comandante Robert «Magyar» Brovdi, delle forze dei sistemi senza pilota ucraini, ha parlato di una campagna giunta a «scala industriale». In 72 ore, il totale delle navi colpite sale a 21, di cui 19 petroliere, una nave mercantile e un traghetto, tutte operative vicino alla Crimea occupata e utilizzate per rifornire le truppe russe nel sud dell’Ucraina.

Attenzione ai numeri: l’agenzia RSI riporta 14 navigli colpiti nella notte del 9 luglio, mentre La Discussione e MarketScreener parlano di nove petroliere. La differenza è probabilmente dovuta al fatto che RSI conteggia tutte le unità navali attaccate nelle 24 ore precedenti, non solo le petroliere. Il governatore di Rostov, Yury Slyusar, ha ridimensionato l’accaduto affermando che le due autocisterne colpite nella sua regione erano vuote e che l’attacco ha causato solo due feriti, ma le immagini diffuse dai droni mostrano colonne di fumo e fiamme estese.

Raffineria petrolifera russa con autobotti ferme in fila davanti al deposito, crisi carburante per gli attacchi ucraini
Le autobotti ferme davanti alla raffineria raccontano la crisi del carburante innescata dagli attacchi ucraini alle infrastrutture energetiche russe.

La crisi del carburante: razionamenti e divieti

La pressione simultanea su raffinerie e rotte logistiche ha generato una carenza generalizzata di carburante in Russia. In diverse regioni i distributori limitano i rifornimenti a 20 litri per automobile, e si sono formate code di ore. Mercoledì 9 luglio il governo russo ha annunciato un divieto temporaneo di esportazione di diesel fino al 31 luglio, per proteggere le scorte interne.

Margarita Simonyan, caporedattrice della rete RT finanziata dal Cremlino, ha riconosciuto la crisi in diretta televisiva: «Non c’è benzina», ha detto, aggiungendo: «Lo abbiamo sopportato. E lo sopporteremo adesso». Simonyan ha esortato i russi a non reagire contro la leadership del Paese, evocando il razionamento alimentare seguito al crollo dell’Unione Sovietica e paragonando il momento attuale a una prova di resilienza nazionale.

Le parole di Dmitry Peskov, portavoce del Cremlino, hanno definito gli attacchi alle petroliere «un’altra manifestazione dell’attività terroristica» ucraina. Il presidente Volodymyr Zelensky, da parte sua, ha rivendicato la legittimità dell’offensiva: «L’Ucraina sta giustamente rispondendo agli attacchi della Russia contro il nostro Paese e al prolungamento della guerra», e ha aggiunto: «I russi devono capire che è il loro Stato a condurre questa guerra».

La risposta russa e il contesto diplomatico

Nelle stesse ore, la Russia ha lanciato 94 droni d’attacco a lungo raggio e due missili balistici sull’Ucraina. Le difese aeree di Kiev sono riuscite a intercettare o neutralizzare 72 droni, ma 19 velivoli e i due missili hanno causato danni in 13 località. Attacchi missilistici hanno colpito la capitale, provocando almeno tre morti e 13 feriti, tra cui un bambino. A Odessa, un bombardamento russo ha ucciso quattro persone e ne ha ferite altre sei.

La NATO, riunita ad Ankara per il vertice dei leader, ha visto Zelensky incontrare il presidente statunitense Donald Trump. I due hanno discusso la possibilità di concedere all’Ucraina licenze per produrre intercettori Patriot e un accordo separato sui droni. Trump ha elogiato Zelensky: «Aveva l’attrezzatura migliore perché aveva la nostra attrezzatura. Ma qualcuno deve usare quell’attrezzatura. E ci sono molte persone coraggiose che usano quell’attrezzatura». L’incontro ha offerto a Kiev una vetrina per dimostrare la capacità della propria industria bellica di colpire in profondità il territorio russo.

Un salto di scala nella guerra dei droni

L’attacco coordinato a raffinerie distanti fino a 1.450 chilometri dal fronte, unito alla caccia alle petroliere nel Mar d’Azov, segna un cambiamento qualitativo nella campagna ucraina. La penetrazione di 2.700 chilometri fino a Omsk di lunedì scorso (dove l’impianto colpito processava 460.000 barili al giorno) aveva già dimostrato la portata dei nuovi vettori. Ma la simultaneità degli attacchi del 9-10 luglio — tre raffinerie, stazioni di pompaggio, naviglio mercantile — indica una capacità di coordinamento e intelligence che trasforma il logoramento energetico in una strategia operativa compiuta.

Il conto per Mosca è duplice: la produzione di benzina è scesa al 65% del fabbisogno, secondo quanto riportato da Reuters, e il blocco temporaneo delle esportazioni di diesel segnala che la crisi è percepita come strutturale, non episodica. Per la popolazione russa, le code ai distributori e le limitazioni d’acquisto sono il segno più tangibile di una guerra che il Cremlino ha a lungo descritto come lontana. Il vero banco di prova sarà la capacità della Russia di ripristinare la logistica petrolifera senza esporre nuove infrastrutture a una flotta di droni che sembra aver allargato il raggio d’azione più in fretta di quanto le difese aeree russe riescano a coprire.

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India espande le riserve petrolifere strategiche: ONGC costruirà 13 milioni di barili a Mangalore mentre Hormuz resta bloccato

Con lo Stretto di Hormuz ancora sotto blocco e i flussi petroliferi dal Medio Oriente fortemente ridotti, l’India accelera sulla sicurezza energetica interna. ONGC, il principale esploratore indiano, ha approvato la costruzione di un nuovo deposito strategico di greggio a Mangalore, nel sud del Paese: 1,75 milioni di tonnellate metriche, equivalenti a circa 13 milioni di barili di capacità aggiuntiva.

La decisione arriva mentre il traffico di petroliere attraverso il punto di strozzatura che collega Golfo Persico e Oceano Indiano resta gravemente compromesso dal blocco in corso. Il nuovo stoccaggio si inserisce in una rete di riserve che il governo di Nuova Delhi sta potenziando su più fronti, proprio mentre la crisi Iran-USA mette a nudo la vulnerabilità del terzo importatore e consumatore mondiale di petrolio.

Quanto petrolio può già stoccare l’India, e dove

La capacità strategica esistente, gestita dalla statale Indian Strategic Petroleum Reserves Ltd, è di 5,33 milioni di tonnellate distribuite su tre siti nel sud del Paese: Mangalore, Padur e Vizag. A Mangalore in particolare è già operativa una riserva da 1,5 milioni di tonnellate, affittata per metà alla raffineria MRPL (controllata da ONGC, con una capacità di lavorazione di 300.000 barili al giorno) e per la parte restante alla Abu Dhabi National Oil Co. degli Emirati Arabi Uniti.

Serbatoi bianchi di stoccaggio strategico di greggio in un terminal portuale costiero, riserve petrolifere indiane a Mangalore
L'India rafforza la sicurezza energetica costruendo nuove riserve strategiche di petrolio a Mangalore, mentre lo Stretto di Hormuz resta sotto blocco.

Il nuovo deposito da 1,75 milioni di tonnellate rappresenta quindi un incremento di circa il 33% sulla capacità complessiva attuale (da 5,33 a 7,08 milioni di tonnellate), senza contare i progetti già annunciati: altri 4 milioni di tonnellate a Chandikhol, nello stato orientale dell’Odisha, e un’espansione da 2,5 milioni di tonnellate a Padur.

Cooperazione internazionale e uso commerciale delle scorte

L’operazione ONGC si inserisce in una strategia di cooperazione energetica allargata. Durante la visita del primo ministro Narendra Modi negli Emirati Arabi Uniti all’inizio del 2026, ADNOC ha annunciato l’intenzione di portare fino a 30 milioni di barili lo stoccaggio di greggio in India, e ha segnalato la disponibilità a esplorare depositi anche a Fujairah come estensione della riserva strategica indiana.

ONGC ha precisato in una nota regolamentare che chiederà al governo federale l’autorizzazione all’uso commerciale del nuovo impianto, costruito “nell’interesse nazionale”. Nuova Delhi già consente lo sfruttamento commerciale di parte delle riserve esistenti: una scelta che coniuga sicurezza degli approvvigionamenti e sostenibilità economica dei grandi investimenti infrastrutturali.

Cosa significa per la sicurezza energetica indiana

Il potenziamento delle scorte strategiche si inserisce in un quadro di forte instabilità dei flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz, il principale corridoio mondiale per il trasporto di petrolio e gas. In questo scenario, disporre di capacità di stoccaggio domestico non è più una polizza a lungo termine, ma un cuscinetto operativo immediato. Per un Paese che importa la quasi totalità del proprio fabbisogno, ogni tonnellata in più in riserva riduce l’esposizione a chiusure prolungate della strozzatura energetica più cruciale del pianeta.

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